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	<title>Cantami o diva &#187; robertopelo</title>
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	<description>BLOG DI ROBERTO PELO</description>
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		<title>Una poesia ogni tanto PRIMA DEL MERCOLEDÌ DELLE CENERI</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Feb 2016 11:21:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[robertopelo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Da Briciole di tempo, sezione Epigrammi minimi  un sole grigio come l&#8217;anima mia m&#8217;è compagno di strada inconsapevole ma in questo carnevale di allegria c&#8217;è l&#8217;assassino ma non c&#8217;è il colpevole]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Da<em> Briciole di tempo</em>, sezione <em>Epigrammi minimi </em></p>
<p>un sole grigio come l&#8217;anima mia</p>
<p>m&#8217;è compagno di strada inconsapevole</p>
<p>ma in questo carnevale di allegria</p>
<p>c&#8217;è l&#8217;assassino ma non c&#8217;è il colpevole</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Una poesia ogni tanto  INVERNO</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Feb 2016 14:30:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[robertopelo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[Una traduzione da Robert Luis Stevenson &#8211; Poems, Songs of travel, XVII Winter &#160; Nelle ore gelide, quando nei vicoli d&#8217;acciaio il pettirosso cerca invano rosei semi e bacche di biancospino, allora, luminosi fiori alla mia finestra l&#8217;argentea penna dell&#8217;inverno&#160;&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Una traduzione da Robert Luis Stevenson &#8211; Poems, Songs of travel, XVII Winter</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nelle ore gelide, quando nei vicoli d&#8217;acciaio</p>
<p>il pettirosso cerca invano</p>
<p>rosei semi e bacche di biancospino,</p>
<p>allora, luminosi fiori alla mia finestra</p>
<p>l&#8217;argentea penna dell&#8217;inverno segna.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando le innevate colline</p>
<p>ed i boschi spogli giacciono inermi,</p>
<p>silenti i beccaccini nelle forre</p>
<p>e la piccola aia nel fango sprofonda,</p>
<p>allora, dal camino arriva dei ciocchi la risata:</p>
<p>più dolci delle rose, oh, i fiori del fuoco.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Visti o rivisti  IDA</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Feb 2016 15:29:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[robertopelo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>

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		<description><![CDATA[Anche in Ida di Pawel Pawlikowski c&#8217;è un coltello, ma a differenza di quello di Polanski non è nell&#8217;acqua ma è ben conficcato nella memoria e nella coscienza collettiva della Polonia. Che, con naturale superficialità, sia noi che i polacchi (soprattutto&#160;&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Anche in <em>Ida</em> di Pawel Pawlikowski c&#8217;è un coltello, ma a differenza di quello di Polanski non è nell&#8217;acqua ma è ben conficcato nella memoria e nella coscienza collettiva della Polonia. Che, con naturale superficialità, sia noi che i polacchi (soprattutto di questi tempi) evitiamo di ricordare e analizzare.</p>
<p><em>Anna </em>(magnificamente messa in scena da Agata Trzebuchowka, esordiente e senza alcun background di attrice) è una novizia alla vigilia dei voti. Cresciuta in un orfanatrofio cattolico, poco prima del fatidico giorno, Anna va ad incontrare la sua unica parente  che conosce, una sua zia (<em>Wanda</em>, interpretata con maestria e spessore da una veterana del cinema polacco, Agata Kulesza), un procuratore generale che in nome dei suoi ideali (è stata una partigiana e attivista comunista) non ha esitato a mandare a morte &#8211; nell&#8217;era delle purghe staliniane agli inizi degli anni &#8217;50-  i suoi ex compagni di lotta e di partito, accusandoli di tradimenti inesistenti. Wanda svela a Anna una verità grande e particolare: è un&#8217;ebrea, affidata a un monastero di suore dai genitori poco prima che la furia nazista, aiutata dalle cattive coscienze cattoliche e polacche, non mettesse fine alle loro vite. Non si chiama neanche Anna, bensì Ida. Inizia con questa rivelazione un viaggio on the road delle due donne , per trovare il luogo dove i loro cari sono stati uccisi e fatti sparire.</p>
<p>Pawlikowski ci porta in giro per una Polonia dei primi anna &#8217;60, povera, arretrata, rurale e in bianco e nero. Il cielo è sempre cupo, le strade fangose e deserte, le foreste e i boschi spogli e fitti: una selva oscura &#8211; la coscienza collettiva polacca- che racchiude segreti miserabili. Tra jazz, canzoni da ballo  italiane, alcol (di cui Wanda, tra un rapporto occasionale e l&#8217;altro, fa largo uso) Ida vive la sua educazione sentimentale alla vita. Troveranno la fossa con le povere ossa dei suoi genitori, uccisi da un contadino durante la guerra, per poter loro rubare risparmi e piccole proprietà.</p>
<p>Al vertice del fallimento della propria vita Wanda si suicida, Ida ne veste i panni e sembra pronta a vivere un&#8217;esistenza alternativa a quella di suora: ma la sua nuova identità non le basta e tornerà al convento.</p>
<p>Un film per immagini, con dialoghi asciutti ed essenziali. Attaccato dai cattolici in Polonia, che continuano a non voler fare i conti con il loro antisemitismo e la loro xenofobia; accusato in America di non essere troppo critico con i crimini comunisti (ma anche lì farebbero bene a fare i conti con i crimini che hanno perpetrato in giro per il mondo per più di mezzo secolo) il film ha mietuto messi di premi su premi, compreso l&#8217;Oscar ed è stato osannato dalla critica cinematografica in tutto il mondo. Incassando, però, poco più di 10 milioni di euro in totale. In Polonia è arrivato a 100 mila euro; in Germania poco di più. È difficile fare i conti, sia con la Storia che con la propria coscienza.</p>
<p>Un capolavoro. Da non perdere.</p>
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		<title>Visti o rivisti LA CORRISPONDENZA</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2016 16:41:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[robertopelo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>

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		<description><![CDATA[Giuseppe Tornatore affronta in La corrispondenza il tema dell&#8217;amore e della morte, nell&#8217;epoca della comunicazione telematica, creando un dramma (romantico) che rovescia il senso comune novecentesco, sublimato in due versi da Guido Gozzano: Reduce dall&#8217;Amore e dalla Morte gli hanno mentito&#160;&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Giuseppe Tornatore affronta in <em>La corrispondenza</em> il tema dell&#8217;amore e della morte, nell&#8217;epoca della comunicazione telematica, creando un dramma (romantico) che rovescia il senso comune novecentesco, sublimato in due versi da Guido Gozzano:</p>
<p><em>Reduce dall&#8217;Amore e dalla Morte</em></p>
<p><em>gli hanno mentito le due cose belle!</em></p>
<p>Per Tornatore non si sfugge né alla morte (il che è , come dire, naturale), né all&#8217;amore che dura ben oltre l&#8217;assenza della morte. Non ci sono reduci e l&#8217;amore può &#8211; grazie alla tecnologia- durare (sopravvivere più a lungo) anche dopo la morte di uno dei due amanti.</p>
<p><em>Amy Ryan </em>(una puntuale Olga Kurylenko) è una studentessa fuori corso di astrofisica, che, per pagarsi la vita e gli studi, gira parti stunt in film, con altissimi rischi; <em>Ed Phoerum</em> (maschera tragica e dolorosa, superbamente interpretata da Jeremy Irons), maturo accademico,<em> </em>è stato suo professore e , ora, da qualche anno suo tenero e ricambiato amante.</p>
<p>Improvvisamente Ed scompare, nel senso che la sua assenza (vive in un altra città, dove ha un&#8217;altra vita con moglie e figli) diviene inaspettatamente più lunga e meno spiegabile di quelle cui Amy è abituata e che dà per scontate: per quell&#8217;amore tenero e completo è disposta a vivere ai margini di una vita completa. Ma le basta.</p>
<p>La scomparsa di Ed è solo fisica, però: sms , email, video, lettere, pacchi regalo  consegnano a Amy, ogni giorno, la presenza e l&#8217;amore del suo amato. Fino a scoprire che Ed, malato da tempo, è morto. Ma sms , email, video, lettere ecc. continuano a giungerle, con tempismo e regolarità stupefacente (troppo, ai fini di una storia che da verosimile alla fine diventa favolistica).</p>
<p>E allora comincia il percorso di vita parallela e nuova per Amy: il confronto con la famiglia di Ed, il ripercorrere i modi e rivivere i luoghi del loro amore, il processo di affrancamento da una crisi personale (la tragica morte del padre) e il riavvicinamento con la madre, la laurea e la rinuncia a un lavoro (stuntwoman) rischioso quanto innecessario.</p>
<p>Tornatore crea una sequenza di quadri corposi, ricchi di riferimenti, sfumature, messaggi da vero maestro del cinema. Ma indugia troppo sulla storia, fino a renderla eccessivamente densa, a volte involuta, a volte ripetitiva. La sceneggiatura, in qualche modo, asfissia il film. Soprattutto nella seconda parte il film vive della maestria filmica, da una parte, e sulla bravura degli interpreti (con qualche personaggio secondario un po&#8217; troppo di maniera).</p>
<p>Vero è che Tornatore ci ha abituato troppo bene in tante sue opere e le aspettative sono , inevitabilmente, al rialzo. Però le premesse sfumano  inesorabilmente lungo lo svolgersi della storia. Peccato.</p>
<p>In ogni caso, da vedere.</p>
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		<title>Una poesia ogni tanto NOTTURNO</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2016 14:16:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[robertopelo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[Una traduzione da Octavio Paz. &#160; Notturno &#160; Ombra, tremula oscurità delle voci. Trascina il nero fiume ghiaia annegata. Come dire: aria assassinata, come dire: parole orfane, come dire: sogno? &#160; Ombra, tremula oscurità delle voci. Nera scala di gigli&#160;&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Una traduzione da Octavio Paz.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Notturno</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ombra, tremula oscurità delle voci.</p>
<p>Trascina il nero fiume ghiaia annegata.</p>
<p>Come dire: aria assassinata,</p>
<p>come dire: parole orfane,</p>
<p>come dire: sogno?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ombra, tremula oscurità delle voci.</p>
<p>Nera scala di gigli fiammeggianti.</p>
<p>Come dire i nomi, le stelle,</p>
<p>i pallidi uccelli dei pianoforti notturni</p>
<p>e l&#8217;obelisco del silenzio?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ombra, tremula oscurità delle voci.</p>
<p>Statue mutilate sulla luna.</p>
<p>Come dire: camelia,</p>
<p>il meno fiore tra i fiori;</p>
<p>come dire le tue bianche geometrie?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come dire, Sogno, il tuo silenzio tra le voci?</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>UN PASSO AVANTI E DUE INDIETRO</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2016 19:19:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[robertopelo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Sport]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;uscita di scena di Garcia, tardiva e nel peggiore dei modi( che peraltro se non accompagnata dall&#8217;uscita di Sabatini nulla risolve della crisi della Roma), non ha sortito l&#8217;effetto desiderato. Vero è che la Roma in campo è sembrata una&#160;&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;uscita di scena di Garcia, tardiva e nel peggiore dei modi( che peraltro se non accompagnata dall&#8217;uscita di Sabatini nulla risolve della crisi della Roma), non ha sortito l&#8217;effetto desiderato. Vero è che la Roma in campo è sembrata una squadra e non l&#8217;ectoplasma cui l&#8217;aveva ridotta Garcia; vero è che sprazzi di gioco si sono visti; vero è che ci sono state alcune ottime occasioni non sfruttate, ma di fronte c&#8217;era il Verona, che se è ultima in classifica qualche motivo ci sarà. Un Verona che ha rischiato anche di vincere. Se il buongiorno si vede dal mattino, la sera si preannuncia pessima.</p>
<p>Poteva andare peggio, ma sembra che con questo materiale umano di più non si riesce a fare: se tutto va bene, si pareggia. La difesa è quella che è: malassortita, distratta, inadatta. Castan è ben lontano dal Castan dei tempi migliori, Digne diventerà un grande terzino, ma per ora ci dobbiamo accontentare; Pijanic ha il piede di velluto, ma a corrente alternata; Salah sembra uscito di scena; Dzeko continua a divorarsi gol su gol. L&#8217;allenatore può fare quello che può, ma questo, se vale per Spalletti, valeva pure per Garcia.</p>
<p>Vedremo: ma se non arrivano uomini nuovi (di caratura e peso) credo che ci sia poco da fare.</p>
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		<title>Visti o rivisti  CHIAMATEMI FRANCESCO</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Jan 2016 18:17:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[robertopelo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>

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		<description><![CDATA[Nella conferenza stampa di presentazione del film Pietro Valsecchi, produttore di Chiamatemi Francesco, ha ricordato come &#8211; nella fase di prospezione in Argentina, in preparazione delle riprese- abbia raccolto, soprattutto tra il clero locale, non poche voci critiche su Jorge Bergoglio, l&#8217;ormai&#160;&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Nella conferenza stampa di presentazione del film Pietro Valsecchi, produttore di <em>Chiamatemi Francesco</em>, ha ricordato come &#8211; nella fase di prospezione in Argentina, in preparazione delle riprese- abbia raccolto, soprattutto tra il clero locale, non poche voci critiche su Jorge Bergoglio, l&#8217;ormai amato a livello planetario Papa Francesco. Le critiche riguardano soprattutto la macchia nera che aleggia sul passato del Papa, che all&#8217;inizio della dittatura di Videla faticò- per ideologia, ubbidienza gesuitica, necessità di equidistanza tra carnefici e ribelli armati- a trovare la giusta misura, trovandosi ad essere (non sappiamo perché: per errore di valutazione? per convinzioni personali?) di fatto, seppure limitatamente, complice o non integralmente resistente ad alcune delle mostruosità compiute dalla dittatura militare.</p>
<p>Il film che Daniele Luchetti costruisce per delineare la figura di <em>Jorge Bergoglio</em> (Rodrigo de la Serna, che passa bene &#8211; con la maturità- da amico del Che al gesuita che sarà Papa) è un racconto <em>oggettivo</em>, dove le diverse sfumature , le sfaccettature della personalità del protagonista vengono affrontate per quelle che sono: momenti di un processo di formazione. Il Bergoglio di Luchetti è un uomo/prete che vive le sue contraddizioni sempre in modo umano (cioè nella sfera del suo essere uomo prima che prete): l&#8217;amore per una ragazza, le amicizie di comunisti e peronisti, il rapporto con i più poveri e diseredati. Sembra che il momento della spiritualità o della riflessione teologica sia sempre in seconda linea, anche se non del tutto assente. Nel film manca &#8211; ma questa non è una mancanza di Luchetti, ma è proprio nella storia del protagonista- quel passaggio che vede il giovane &#8211; e proprio per questo predestinato a una sicura carriera nell&#8217;Ordine-  Padre Provinciale dei Gesuiti in Argentina coinvolto nella la brutta storia di due suoi confratelli, che di fatto consegna ai torturatori del regime militare. Lo ritroviamo &#8211; se non sapessimo, diremmo con sorpresa- a pulire porcilaie nella misera e sperduta campagna argentina. C&#8217;è un fatto di cardinale importanza che viene taciuto, ma che con pazienza e conoscenza si può ricostruire: Bergoglio a quel tempo è uno dei più strenui oppositori della <em>teologia della liberazione</em>, mentre proprio in quegli anni a capo della Compagnia di Gesù c&#8217;è Pedro Arrupe, uno dei massimi rappresentanti di questo movimento. Arrupe, come Mao fece con Deng Xiaoping, più o meno in quello stesso periodo, per &#8216;aiutarlo a capire&#8217; lo mandò a pulire i maiali nelle campagne. E Bergoglio uscirà da questa esperienza diverso.</p>
<p>Pur senza essere un grande film, <em>Chiamatemi Francesco </em>ha la capacità di non cadere mai nell&#8217;agiografia e, considerando la materia e i rischi intrinseci, non era proprio né scontato né facile evitare questo pericolo.</p>
<p>Molto ben riuscite le ricostruzioni ambientali, le cupezze senza speranza del terrore fascista, la miseria immensa e desolata. Il film mantiene un ritmo adeguato e la struttura narrativa è solida. Forse non si poteva fare di più.</p>
<p>Da vedere.</p>
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		<title>Visti e rivisti MORTE DI UN COMMESSO VIAGGIATORE</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Dec 2015 16:13:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[robertopelo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Teatro]]></category>

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		<description><![CDATA[Nella sua introduzione alla messa in scena da lui diretta e interpretata, Elio De Capitani scrive: &#8220;Pensavo che il tema di Morte di un commesso viaggiatore fosse la menzogna e invece è l&#8217;apparenza, quel &#8216;far finta&#8217; che non è altro che la&#160;&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Nella sua introduzione alla messa in scena da lui diretta e interpretata, Elio De Capitani scrive: &#8220;Pensavo che il tema di <em>Morte di un commesso viaggiatore </em>fosse la menzogna e invece è l&#8217;apparenza, quel &#8216;far finta&#8217; che non è altro che la perenne costruzione di noi stessi per come vogliamo apparire&#8221;.</p>
<p>Certo è che l&#8217;apparenza è un dei temi cardinali del dramma di Arthur Miller, che dominò la scena di Broadway nel 1949, in pieno inizio del <em>boom </em>economico e della guerra fredda, con quel seguito di caccia alle streghe che fu il maccartismo, di cui &#8211; ovviamente e proprio perché non solo di apparenza Miller parlava- il drammaturgo americano fu vittima.</p>
<p>Come sempre Miller costruisce tragedie all&#8217;interno delle quali si intrecciano piani narrativi diversi e riflessioni su temi a &#8216;complicazione esponenziale&#8217;. La storia di Willy Loman, piazzista che batte la provincia e le città da New York a Boston, è la storia semplice e lineare di un piccolo-borghese americano: casa con il mutuo da pagare, benessere fatto a cambiali, una moglie che chiude gli occhi costantemente sulla durezza della realtà, due figli senza arte né parte, che non sono e non saranno mai niente nella vita, un&#8217;amante giovane con cui cerca di sfuggire alla sua squallida vita di venditore . Ossessionato dal successo del fratello morto (che ritorna periodicamente nelle sue allucinazioni, quando sconta con amarezza l&#8217;abisso tra ciò che poteva essere e quello che inesorabilmente è stato ed è), vessato e aiutato da un vicino di successo, deriso e dimenticato dai vecchi clienti, licenziato dal figlio del principale per cui ha lavorato tutta una vita. Un omino piccolo piccolo, che crede di essere l&#8217;incarnazione del successo e della <em>American way of life</em>, mentre non è altro che un pover&#8217;uomo che si dibatte tra rate che scadono, bollette salate e necessità &#8211; per sé e per gli altri- di mantenere il suo decoro, costi quel che costi. Perché prima o poi il successo ( e i conseguenti soldi) arriveranno. Ma ha sessantatre anni e il tramonto è vicino. Per mantenere questo decoro, per non venire meno all&#8217;apparenza, Willy si fa prestare da  Ben i soldi per pagare la sua assicurazione sulla vita. Cosa che fa, poi esce di casa e si va schiantare con la sua auto malandata. L&#8217;assicurazione garantirà una vita onorevole alla vedova e ai figli. Al suo funerale non ci sarà nessuno, se non la famiglia e Ben con suo figlio Bernard ( loro sì vera incarnazione della vita di successo).</p>
<p>Miller demolisce dall&#8217;interno e con largo anticipo il mito della <em>middle class </em>americana, che diventerà, negli anni &#8217;50 dello scorso secolo, il modello culturale e sociale  per tutti i Paesi occidentali. Lavorare per avere, sempre qualcosa di nuovo: un&#8217;automobile che, quando all&#8217;ultima rata sarà tua, sarà pronta per la rottamazione; una casa di cui pagherai il mutuo fin quando sarai vecchio e sarà vuota e inutile, perché i figli se ne saranno andati: un frigorifero ancora da pagare e sempre mezzo vuoto. Per Miller (non solo per lui, ovviamente, ma lui riesce a creare un dramma dal forte pathos parlando politicamente di questi temi) il capitalismo produce bisogni e ti vende merci non per il lor valore d&#8217;uso, ma per il loro valore di scambio: hai tanti oggetti e quindi sei qualcuno (dove <em>avere</em> conta molto di più di <em>essere</em>; anzi, sei in quanto hai, senza mezzi termini). Miller anticipa, con una capacità di visione che solo i grandi hanno, la critica alla società dei consumi e dei falsi bisogni, quella per intenderci in cui siamo beatamente immersi, senza battere ciglio, da almeno cinquant&#8217;anni e che con la globalizzazione e l&#8217;esplosione della rivoluzione digitale ha raggiunto vette inimmaginabili.</p>
<p>È chiaro che la destra americana individuasse in questo testo &#8216;elementi anti americani&#8217;. Anche se lo era solo per la coincidenza storica tra quell&#8217; America e il nuovo capitalismo post bellico.</p>
<p>Testo lungo, complesso, faticoso, che richiede allo spettatore la capacità di buttarsi dentro a peso morto, avendo però la capacità/volontà di discernere (in ogni scena, in ogni battuta, in ogni personaggio) il privato e il sociale, il contingente e l&#8217;universale, il dramma individuale e il destino collettivo di una società mercificata. Uno dei più grandi drammi della storia del teatro.</p>
<p>Ottima l&#8217;interpretazione di De Capitani e accettabile le chiavi di lettura della regia. Non sempre l&#8217;impianto scenico, alcune soluzione espressive  e la recitazione corale sembrano adeguati e all&#8217;altezza, ma il risultato finale è di sicuro valore.</p>
<p>Da vedere, avendo presente l&#8217;intera opera di Miller e , in particolare, <em>Erano tutti miei figli</em>, <em>Uno sguardo dal ponte </em>e <em>The price. </em>Le chiavi di lettura diventano più agevoli.</p>
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		<title>Visti e rivisti STILL LIFE</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Dec 2015 15:44:14 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><i>John May </i>(Eddie Marsan) è un umile e oscuro impiegato di Londra, che si occupa di dare degna sepoltura per conto del Comune a chi muore in solitudine : in genere gente povera, d&#8217;una solitudine che ha ucciso tutti i sentimenti e i rapporti umani (anche quelli familiari),  marginale. Fa il suo lavoro con precisione maniacale da ventidue anni e il suo obiettivo è di cercare, sempre  e finché c&#8217;è la pur minima speranza, di organizzare un funerale degno di questo nome: con prediche (che lui stesso scrive per i parroci) che siano vere e proprie  eulogie; con musiche, che egli stesso sceglie; con il conforto umano di qualche amico o parente del morto, che si ostina a cercare con infinita pazienza . Ma il risultato è sempre lo stesso: alla fine in chiesa o al camposanto è solo lui a partecipare. La sua vita è monotona, povera e squallida come i funerali che organizza. Ma tutto è lindo e preciso, nella sua modesta casa, nel suo modestissimo ufficio, nella sua modestissima persona. Metodico, ma pieno di speranza: dei morti che accompagna nell&#8217;ultimo viaggio tiene, con cura, un tenero libro di fotografie. Ma questa sua fiducia di trovare alla fine per qualcuno dei morti uno straccio di solidarietà umana lo porta a rallentare il lavoro: le urne con le ceneri si accumulano, i cadaveri giacciono per mesi all&#8217;obitorio. Il Comune non se lo può permettere e lo licenzia: il suo posto sarà preso da altri, meno inclini alla commiserazione, più solleciti nel lavoro. Ma John May ha un caso aperto &#8211; un barbone, morto di alcol e solitudine- che vuole risolvere: chiede ai suoi superiori alcuni giorni in più, prima di lasciare il servizio. E così, a spese sue, se ne va in giro e incontra molte delle persone che lo hanno conosciuto: balordi e vagabondi, un vecchio compagno di squadra di un circolo sportivo, una sua occasionale compagna &#8211; da cui ha avuto una figlia che non ha mai conosciuto-, un commilitone con cui ha combattuto alla Falkland, la figlia, che non vedeva da anni. In quest&#8217;ultima John scopre la bellezza della vita: lo stare insieme, amare, provare sentimenti. E per lui tutto cambia, fino al tragico epilogo , quando, pronto ad andare ad incontrare la donna della sua vita, muore investito da un autobus. Solo e senza amici, verrà seppellito a spese del Comune, nello stesso cimitero e nello stesso momento in lui l&#8217;altro morto ritrova attorno alla sua tomba (che John gli aveva donato) tutte le persone della sua vita: figlie, nipoti, donne amate, compagni di bevute, camerati di guerra. A dare l&#8217;addio a John risorgeranno dalle tombe, per quell&#8217;occasione e solo per lui, le decine di persone di cui si era preso cura, al momento della morte.</p>
<p>La natura morta del titolo (<em>Still Life</em>) è John May stesso, ma anche la pietrificata montagna di indifferenza che è a nostra quotidianità. Il suo silenzioso e umile lavoro, apparentemente per cuori di pietra e senza sentimenti, lo vive con una umanità sconfinata, che lo rende capace di capire e considerare dettagli marginali delle vite degli altri: mutande messe ad asciugare su un termosifone, collant appesi alle finestre, dischi conservati senza giradischi, fotografie di altre vite.</p>
<p>Uberto Pasolini sceneggia e dirige in modo magistrale un film dove le immagini dominano su tutto, dove ogni inquadratura aggiunge un tassello alla narrazione, con un rigore formale e una tenuta narrativa veramente eccezionali. Superlativo Eddie Marsan, che dà volto e espressione al protagonista in modo mirabile. Bella la Londra periferica,  solitaria e monotona che ci viene proposta.</p>
<p>Un grande film, da non perdere assolutamente.</p>
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		<title>Visti e rivisti THE PRIDE</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Dec 2015 15:39:11 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Teatro]]></category>

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		<description><![CDATA[Innanzi tutto sgombriamo il campo da possibili malintesi: la scelta di Zingaretti di mettere in scena il dramma di Alexi Kaye Campbell (alias Alexi Konoudouros) &#8211; scelta che lo stesso Zingaretti ha rivendicato come una precisa impostazione di attività sul&#160;&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Innanzi tutto sgombriamo il campo da possibili malintesi: la scelta di Zingaretti di mettere in scena il dramma di Alexi Kaye Campbell (alias Alexi Konoudouros) &#8211; scelta che lo stesso Zingaretti ha rivendicato come una precisa impostazione di attività sul campo- è di capitale importanza, in questa fase storica e , in particolare, in Italia. Dove, al di là delle petizioni di principio, il tema dell&#8217;omosessualità è vissuto sempre con una dose più o meno cospicua di fastidio, se non, spesso, in termini negazionisti e omofobi.</p>
<p><em>The pride </em>è il primo e pluriacclamato pezzo teatrale  scritto da  Campbell, dopo una significativa carriera d&#8217;attore, del 2008 . La <em>piece </em>è stata un enorme successo di pubblico e di critica sia nel Regno Unito, sia negli Stati Uniti e in altri Paesi.</p>
<p>La trama si muove su due piani apparentemente scollegati, di epoche diverse, il 1958 e il 2008 (nella messa in scena di Zingaretti, l&#8217;attualizzazione è al 2015). Due contesti a mezzo secolo di distanza: il primo è un salotto piccolo-borghese, dove un uomo d&#8217;affari per necessità (<em>Philip</em>) e una ex attrice convertitasi a illustratrice per libri per ragazzi (<em>Sylvia</em>), interagiscono con lo scrittore  (<em>Oliver</em>). Tutto è coperto dalle buone maniere e dal falso rispetto reciproco, per poi sgretolarsi nel turbinio dei sensi, perché tra Oliver (omosessuale ma non dichiarato) e Philip (apparentemente etero, ma inconsciamente omo) si insinua il desiderio e l&#8217;attrazione fatale. Ma Philip si ferma sulla soglia: cede ai sensi, ma si rifiuta di accettare la sua omosessualità. Perché siamo nel 1958. Sylvia assite a tutto, senza forza per cambiare o intervenire, in una passiva presa di coscienza individuale.</p>
<p>Diverso l&#8217;ambiente e lo sviluppo nel 2008 (2015): qui il problema è la fine di una relazione consolidata tra Oliver (giornalista) e Philip (fotografo), con Sylvia, loro amica comune, che cercherà di ricostruire il rapporto in crisi tra i due. Con lieto fine.</p>
<p>Stessi nomi dei personaggi, stessi attori che li interpretano.</p>
<p>Sia Campbell che Zingaretti mettono l&#8217;accento, in diverse dichiarazioni pubbliche, sull&#8217;elemento generale dell&#8217;amore, della coscienza di se stessi, della capacità di ognuno &#8211; se vuole- di cercare le vie della felicità. Senza moralismi e a prescindere dalle tematiche omosessuali (presentate a tinte forti, nel linguaggio e in alcune scene).  Questa necessità di puntualizzare è segnale inequivocabile che il testo sia in qualche modo &#8216;eccessivamente&#8217; orientato alle tematiche e alle problematiche omosessuali. Cosa che, è ovvio, non è un problema, ma in qualche modo rende più difficile l&#8217;identificazione delle tematiche generali. I cinquant&#8217;anni che intercorrono tra le due storie, sono, nella nella lettura di Campbell, positivi: dalla tetra storia perbenista e violenta del &#8217;58, si passa ad una quotidianità , sboccata e un po&#8217; isterica, dove però l&#8217;amore e l&#8217;amicizia sono l&#8217;elemento portante. Dove la tolleranza è diventata coscienza, dove il diverso non è più diverso, ma è, più semplicemente e umanamente, una parte del tutto.</p>
<p>Detto tutto questo, trovo il testo di Campbell tutt&#8217;altro che un capolavoro, con citazioni teatrali da Pinter e da Osborne, ma senza la grandezza drammatica del primo e la forza di rottura (seppure ineguale e contraddittoria) del secondo.</p>
<p>Buona la recitazione corale.</p>
<p>Da vedere, almeno per testimonianza.</p>
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