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	<title>Cantami o diva &#187; Cinema</title>
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	<description>BLOG DI ROBERTO PELO</description>
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		<title>Visti o rivisti  IDA</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Feb 2016 15:29:14 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Anche in <em>Ida</em> di Pawel Pawlikowski c&#8217;è un coltello, ma a differenza di quello di Polanski non è nell&#8217;acqua ma è ben conficcato nella memoria e nella coscienza collettiva della Polonia. Che, con naturale superficialità, sia noi che i polacchi (soprattutto di questi tempi) evitiamo di ricordare e analizzare.</p>
<p><em>Anna </em>(magnificamente messa in scena da Agata Trzebuchowka, esordiente e senza alcun background di attrice) è una novizia alla vigilia dei voti. Cresciuta in un orfanatrofio cattolico, poco prima del fatidico giorno, Anna va ad incontrare la sua unica parente  che conosce, una sua zia (<em>Wanda</em>, interpretata con maestria e spessore da una veterana del cinema polacco, Agata Kulesza), un procuratore generale che in nome dei suoi ideali (è stata una partigiana e attivista comunista) non ha esitato a mandare a morte &#8211; nell&#8217;era delle purghe staliniane agli inizi degli anni &#8217;50-  i suoi ex compagni di lotta e di partito, accusandoli di tradimenti inesistenti. Wanda svela a Anna una verità grande e particolare: è un&#8217;ebrea, affidata a un monastero di suore dai genitori poco prima che la furia nazista, aiutata dalle cattive coscienze cattoliche e polacche, non mettesse fine alle loro vite. Non si chiama neanche Anna, bensì Ida. Inizia con questa rivelazione un viaggio on the road delle due donne , per trovare il luogo dove i loro cari sono stati uccisi e fatti sparire.</p>
<p>Pawlikowski ci porta in giro per una Polonia dei primi anna &#8217;60, povera, arretrata, rurale e in bianco e nero. Il cielo è sempre cupo, le strade fangose e deserte, le foreste e i boschi spogli e fitti: una selva oscura &#8211; la coscienza collettiva polacca- che racchiude segreti miserabili. Tra jazz, canzoni da ballo  italiane, alcol (di cui Wanda, tra un rapporto occasionale e l&#8217;altro, fa largo uso) Ida vive la sua educazione sentimentale alla vita. Troveranno la fossa con le povere ossa dei suoi genitori, uccisi da un contadino durante la guerra, per poter loro rubare risparmi e piccole proprietà.</p>
<p>Al vertice del fallimento della propria vita Wanda si suicida, Ida ne veste i panni e sembra pronta a vivere un&#8217;esistenza alternativa a quella di suora: ma la sua nuova identità non le basta e tornerà al convento.</p>
<p>Un film per immagini, con dialoghi asciutti ed essenziali. Attaccato dai cattolici in Polonia, che continuano a non voler fare i conti con il loro antisemitismo e la loro xenofobia; accusato in America di non essere troppo critico con i crimini comunisti (ma anche lì farebbero bene a fare i conti con i crimini che hanno perpetrato in giro per il mondo per più di mezzo secolo) il film ha mietuto messi di premi su premi, compreso l&#8217;Oscar ed è stato osannato dalla critica cinematografica in tutto il mondo. Incassando, però, poco più di 10 milioni di euro in totale. In Polonia è arrivato a 100 mila euro; in Germania poco di più. È difficile fare i conti, sia con la Storia che con la propria coscienza.</p>
<p>Un capolavoro. Da non perdere.</p>
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		<title>Visti o rivisti LA CORRISPONDENZA</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2016 16:41:44 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Giuseppe Tornatore affronta in La corrispondenza il tema dell&#8217;amore e della morte, nell&#8217;epoca della comunicazione telematica, creando un dramma (romantico) che rovescia il senso comune novecentesco, sublimato in due versi da Guido Gozzano: Reduce dall&#8217;Amore e dalla Morte gli hanno mentito&#160;&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Giuseppe Tornatore affronta in <em>La corrispondenza</em> il tema dell&#8217;amore e della morte, nell&#8217;epoca della comunicazione telematica, creando un dramma (romantico) che rovescia il senso comune novecentesco, sublimato in due versi da Guido Gozzano:</p>
<p><em>Reduce dall&#8217;Amore e dalla Morte</em></p>
<p><em>gli hanno mentito le due cose belle!</em></p>
<p>Per Tornatore non si sfugge né alla morte (il che è , come dire, naturale), né all&#8217;amore che dura ben oltre l&#8217;assenza della morte. Non ci sono reduci e l&#8217;amore può &#8211; grazie alla tecnologia- durare (sopravvivere più a lungo) anche dopo la morte di uno dei due amanti.</p>
<p><em>Amy Ryan </em>(una puntuale Olga Kurylenko) è una studentessa fuori corso di astrofisica, che, per pagarsi la vita e gli studi, gira parti stunt in film, con altissimi rischi; <em>Ed Phoerum</em> (maschera tragica e dolorosa, superbamente interpretata da Jeremy Irons), maturo accademico,<em> </em>è stato suo professore e , ora, da qualche anno suo tenero e ricambiato amante.</p>
<p>Improvvisamente Ed scompare, nel senso che la sua assenza (vive in un altra città, dove ha un&#8217;altra vita con moglie e figli) diviene inaspettatamente più lunga e meno spiegabile di quelle cui Amy è abituata e che dà per scontate: per quell&#8217;amore tenero e completo è disposta a vivere ai margini di una vita completa. Ma le basta.</p>
<p>La scomparsa di Ed è solo fisica, però: sms , email, video, lettere, pacchi regalo  consegnano a Amy, ogni giorno, la presenza e l&#8217;amore del suo amato. Fino a scoprire che Ed, malato da tempo, è morto. Ma sms , email, video, lettere ecc. continuano a giungerle, con tempismo e regolarità stupefacente (troppo, ai fini di una storia che da verosimile alla fine diventa favolistica).</p>
<p>E allora comincia il percorso di vita parallela e nuova per Amy: il confronto con la famiglia di Ed, il ripercorrere i modi e rivivere i luoghi del loro amore, il processo di affrancamento da una crisi personale (la tragica morte del padre) e il riavvicinamento con la madre, la laurea e la rinuncia a un lavoro (stuntwoman) rischioso quanto innecessario.</p>
<p>Tornatore crea una sequenza di quadri corposi, ricchi di riferimenti, sfumature, messaggi da vero maestro del cinema. Ma indugia troppo sulla storia, fino a renderla eccessivamente densa, a volte involuta, a volte ripetitiva. La sceneggiatura, in qualche modo, asfissia il film. Soprattutto nella seconda parte il film vive della maestria filmica, da una parte, e sulla bravura degli interpreti (con qualche personaggio secondario un po&#8217; troppo di maniera).</p>
<p>Vero è che Tornatore ci ha abituato troppo bene in tante sue opere e le aspettative sono , inevitabilmente, al rialzo. Però le premesse sfumano  inesorabilmente lungo lo svolgersi della storia. Peccato.</p>
<p>In ogni caso, da vedere.</p>
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		<title>Visti o rivisti  CHIAMATEMI FRANCESCO</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Jan 2016 18:17:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nella conferenza stampa di presentazione del film Pietro Valsecchi, produttore di Chiamatemi Francesco, ha ricordato come &#8211; nella fase di prospezione in Argentina, in preparazione delle riprese- abbia raccolto, soprattutto tra il clero locale, non poche voci critiche su Jorge Bergoglio, l&#8217;ormai&#160;&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Nella conferenza stampa di presentazione del film Pietro Valsecchi, produttore di <em>Chiamatemi Francesco</em>, ha ricordato come &#8211; nella fase di prospezione in Argentina, in preparazione delle riprese- abbia raccolto, soprattutto tra il clero locale, non poche voci critiche su Jorge Bergoglio, l&#8217;ormai amato a livello planetario Papa Francesco. Le critiche riguardano soprattutto la macchia nera che aleggia sul passato del Papa, che all&#8217;inizio della dittatura di Videla faticò- per ideologia, ubbidienza gesuitica, necessità di equidistanza tra carnefici e ribelli armati- a trovare la giusta misura, trovandosi ad essere (non sappiamo perché: per errore di valutazione? per convinzioni personali?) di fatto, seppure limitatamente, complice o non integralmente resistente ad alcune delle mostruosità compiute dalla dittatura militare.</p>
<p>Il film che Daniele Luchetti costruisce per delineare la figura di <em>Jorge Bergoglio</em> (Rodrigo de la Serna, che passa bene &#8211; con la maturità- da amico del Che al gesuita che sarà Papa) è un racconto <em>oggettivo</em>, dove le diverse sfumature , le sfaccettature della personalità del protagonista vengono affrontate per quelle che sono: momenti di un processo di formazione. Il Bergoglio di Luchetti è un uomo/prete che vive le sue contraddizioni sempre in modo umano (cioè nella sfera del suo essere uomo prima che prete): l&#8217;amore per una ragazza, le amicizie di comunisti e peronisti, il rapporto con i più poveri e diseredati. Sembra che il momento della spiritualità o della riflessione teologica sia sempre in seconda linea, anche se non del tutto assente. Nel film manca &#8211; ma questa non è una mancanza di Luchetti, ma è proprio nella storia del protagonista- quel passaggio che vede il giovane &#8211; e proprio per questo predestinato a una sicura carriera nell&#8217;Ordine-  Padre Provinciale dei Gesuiti in Argentina coinvolto nella la brutta storia di due suoi confratelli, che di fatto consegna ai torturatori del regime militare. Lo ritroviamo &#8211; se non sapessimo, diremmo con sorpresa- a pulire porcilaie nella misera e sperduta campagna argentina. C&#8217;è un fatto di cardinale importanza che viene taciuto, ma che con pazienza e conoscenza si può ricostruire: Bergoglio a quel tempo è uno dei più strenui oppositori della <em>teologia della liberazione</em>, mentre proprio in quegli anni a capo della Compagnia di Gesù c&#8217;è Pedro Arrupe, uno dei massimi rappresentanti di questo movimento. Arrupe, come Mao fece con Deng Xiaoping, più o meno in quello stesso periodo, per &#8216;aiutarlo a capire&#8217; lo mandò a pulire i maiali nelle campagne. E Bergoglio uscirà da questa esperienza diverso.</p>
<p>Pur senza essere un grande film, <em>Chiamatemi Francesco </em>ha la capacità di non cadere mai nell&#8217;agiografia e, considerando la materia e i rischi intrinseci, non era proprio né scontato né facile evitare questo pericolo.</p>
<p>Molto ben riuscite le ricostruzioni ambientali, le cupezze senza speranza del terrore fascista, la miseria immensa e desolata. Il film mantiene un ritmo adeguato e la struttura narrativa è solida. Forse non si poteva fare di più.</p>
<p>Da vedere.</p>
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		<title>Visti e rivisti STILL LIFE</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Dec 2015 15:44:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[John May (Eddie Marsan) è un umile e oscuro impiegato di Londra, che si occupa di dare degna sepoltura per conto del Comune a chi muore in solitudine : in genere gente povera, d&#8217;una solitudine che ha ucciso tutti i sentimenti&#160;&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><i>John May </i>(Eddie Marsan) è un umile e oscuro impiegato di Londra, che si occupa di dare degna sepoltura per conto del Comune a chi muore in solitudine : in genere gente povera, d&#8217;una solitudine che ha ucciso tutti i sentimenti e i rapporti umani (anche quelli familiari),  marginale. Fa il suo lavoro con precisione maniacale da ventidue anni e il suo obiettivo è di cercare, sempre  e finché c&#8217;è la pur minima speranza, di organizzare un funerale degno di questo nome: con prediche (che lui stesso scrive per i parroci) che siano vere e proprie  eulogie; con musiche, che egli stesso sceglie; con il conforto umano di qualche amico o parente del morto, che si ostina a cercare con infinita pazienza . Ma il risultato è sempre lo stesso: alla fine in chiesa o al camposanto è solo lui a partecipare. La sua vita è monotona, povera e squallida come i funerali che organizza. Ma tutto è lindo e preciso, nella sua modesta casa, nel suo modestissimo ufficio, nella sua modestissima persona. Metodico, ma pieno di speranza: dei morti che accompagna nell&#8217;ultimo viaggio tiene, con cura, un tenero libro di fotografie. Ma questa sua fiducia di trovare alla fine per qualcuno dei morti uno straccio di solidarietà umana lo porta a rallentare il lavoro: le urne con le ceneri si accumulano, i cadaveri giacciono per mesi all&#8217;obitorio. Il Comune non se lo può permettere e lo licenzia: il suo posto sarà preso da altri, meno inclini alla commiserazione, più solleciti nel lavoro. Ma John May ha un caso aperto &#8211; un barbone, morto di alcol e solitudine- che vuole risolvere: chiede ai suoi superiori alcuni giorni in più, prima di lasciare il servizio. E così, a spese sue, se ne va in giro e incontra molte delle persone che lo hanno conosciuto: balordi e vagabondi, un vecchio compagno di squadra di un circolo sportivo, una sua occasionale compagna &#8211; da cui ha avuto una figlia che non ha mai conosciuto-, un commilitone con cui ha combattuto alla Falkland, la figlia, che non vedeva da anni. In quest&#8217;ultima John scopre la bellezza della vita: lo stare insieme, amare, provare sentimenti. E per lui tutto cambia, fino al tragico epilogo , quando, pronto ad andare ad incontrare la donna della sua vita, muore investito da un autobus. Solo e senza amici, verrà seppellito a spese del Comune, nello stesso cimitero e nello stesso momento in lui l&#8217;altro morto ritrova attorno alla sua tomba (che John gli aveva donato) tutte le persone della sua vita: figlie, nipoti, donne amate, compagni di bevute, camerati di guerra. A dare l&#8217;addio a John risorgeranno dalle tombe, per quell&#8217;occasione e solo per lui, le decine di persone di cui si era preso cura, al momento della morte.</p>
<p>La natura morta del titolo (<em>Still Life</em>) è John May stesso, ma anche la pietrificata montagna di indifferenza che è a nostra quotidianità. Il suo silenzioso e umile lavoro, apparentemente per cuori di pietra e senza sentimenti, lo vive con una umanità sconfinata, che lo rende capace di capire e considerare dettagli marginali delle vite degli altri: mutande messe ad asciugare su un termosifone, collant appesi alle finestre, dischi conservati senza giradischi, fotografie di altre vite.</p>
<p>Uberto Pasolini sceneggia e dirige in modo magistrale un film dove le immagini dominano su tutto, dove ogni inquadratura aggiunge un tassello alla narrazione, con un rigore formale e una tenuta narrativa veramente eccezionali. Superlativo Eddie Marsan, che dà volto e espressione al protagonista in modo mirabile. Bella la Londra periferica,  solitaria e monotona che ci viene proposta.</p>
<p>Un grande film, da non perdere assolutamente.</p>
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		<title>Visti o rivisti  SUBURRA</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Oct 2015 10:26:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Premetto che non ho letto l&#8217;omonimo romanzo di De Cataldo e Bonini e, quindi, non so quanto il film sia fedele o meno al testo, ma considerando che gli autori hanno partecipato anche alla sceneggiatura, credo di sì. Premetto anche&#160;&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Premetto che non ho letto l&#8217;omonimo romanzo di De Cataldo e Bonini e, quindi, non so quanto il film sia fedele o meno al testo, ma considerando che gli autori hanno partecipato anche alla sceneggiatura, credo di sì. Premetto anche di aver visto il film là dove, due giorni prima, l&#8217;intera troupe lo ha presentato e cioè al Cineland di Ostia, ma al di fuori di quell&#8217;ufficialità &#8211; seppure infiltrata da mafiosi ostiensi- e assieme ad altri 200 spettatori, che quelle zone periferiche di Roma più o meno le conoscono, allo spettacolo delle 16, di domenica pomeriggio.</p>
<p>Trovo puntuali le precisazioni di Amendola e Favino, che in un&#8217;intervista in tv, hanno tenuto a sottolineare che il film sia a forte caratterizzazione di genere, il criminale, in cui Sollima è specializzato, al limite della maestria, che si manifesta scena dopo scena, ma soprattutto in quelle  in cui la parte violenta, criminale e senza freni dei protagonisti emerge con virulenza: lo schermo è sempre pieno:dei giusti piani, dei giusti colori, dei giusti livelli di inevitabile violenza. Una compattezza espressiva solida; un ritmo narrativo incalzante e  affascinante; una consequenzialità di eventi quasi logici, attesi, eppure in qualche modo inaspettati, perché eccessivi rispetto a qualsiasi &#8216;logica umana&#8217;.</p>
<p>L&#8217;impianto è semplice e accattivante. In quei sette giorni che portarono  all&#8217;apocalisse (?) del novembre 2011 maturano due fatti di una certa valenza storica: uno universale (si suppone nella finzione che proprio in quei giorni Benedetto XVI confidi ai suoi più stretti collaboratori l&#8217;idea epocale di dimettersi dal Soglio di Pietro, avendo ormai capito che le sue forze sono inadeguate a combattere malaffare, politica e delinquenza che allignano ormai in Vaticano, dove i mafiosi sono di casa e dettano ordini);uno di storia (mediocre) nazionale (Berlusconi, schifato dalle Cancellerie di tre quarti del mondo e in preda alle sue manie erotomani che lo stanno rendendo ridicolo a tutto tondo) si dimette da Primo Ministro. In questi sette giorni la criminalità organizzata deve mettere le mani ( a mezzo di una legge del Parlamento italiano) su Ostia (per i non romani: la periferia marina di Roma), per poterla trasformare in una Las Vegas de&#8217; noantri: prostituzione, droga, strozzinaggio, controllo criminale delle attività.</p>
<p>Ecco che entrano in scena, quindi, gli attori di questo piano: <em>Filippo Malgradi </em>(Pierfrancesco Favino), deputato della Repubblica e referente politico; <em>Samurai </em>(Claudio Amendola), capo della criminalità organizzata e referente per &#8216;l&#8217;affare&#8217; delle famiglie mafiose del Sud; <em>Aureliano &#8216;Numero 8&#8242; Adami </em>(Alessandro Borghi), figlio di un compagno d&#8217;armi dei primi due;  <em>Manfredi </em> <em>Anacleti </em>( Adamo Dionisi), capo di una famiglia di  &#8216;zingari&#8217; che vogliono fare il salto da semplici<em> cravattari  </em>a mafiosi in grande stile. Ma droga, donne, mediocri rivalità personali e un modello di relazioni basato solo e unicamente sulla violenza fisica complicano tutto, in modo irreversibile. Perché alla fine l&#8217;Apocalisse arriva davvero.</p>
<p>Se i riferimenti fossero semplicemente fantapolitici, il film sarebbe veramente un piccolo capolavoro, seppure di genere. Ma invece va un po&#8217; avanti, ma troppo poco; e si ferma troppo presto. Il risultato è complessivamente ambiguo e in più di un passaggio diventa reticente e molto, molto qualunquista. E non va bene. Soprattutto oggi, e soprattutto a Roma.</p>
<p>A un osservatore attento della politica italiana risulta chiaro che il capo di governo in fuga è Berlusconi, ma il film non lo dice: allo spettatore il compito di ricostruire fatti e situazioni. Malgradi non è solo un politico corrotto, ma un camerata di Samurai e del padre di Numero 8, terroristi dei NAR, gruppo eversivo fascista degli anni &#8217;70 e &#8217;80: gentina che ha sulla coscienza, tanto per dire, la strage alla Stazione di Bologna. In quel 2011, quando il questore di Roma &#8211; di fronte alla mattanza tra bande rivali per le strade di Ostia- sosteneva pubblicamente che ci trovavamo di fronte a normale livelli di delinquezialità e non certo a fenomeni mafiosi, il Ministro dell&#8217;Interno era il leghista Maroni e il Sindaco di Roma Alemanno. Ma questo bisogna saperlo prima: il film se ne guarda bene dal dire e in particolare dal far vedere. E guardandolo, mi sono chiesto: quanti di questi miei duecento compagni di visione sanno? Quanti hanno fatto 2+2?</p>
<p>E qui è il bello (o il brutto): la polizia, le cosiddette forze dell&#8217;ordine, non si vedono mai nel film (solo dopo un&#8217;ora i Carabinieri che ripescano il corpo di una povera prostituta, morta in un festino di sesso e droga con Malgradi). Il mondo di Suburra non è neanche il Mondo di Mezzo: è altro, quasi parallelo. Come se la gente comune non ci fosse. Forse spaventata, forse superficiale, forse connivente: ma non c&#8217;è.</p>
<p>Samurai ha in bocca due battute che mi hanno fatto rizzare i capelli (quei pochi che ho). La prima è quella che dice al camerata che si è fatto vent&#8217;anni senza parlare e che ora batte cassa: &#8216;Io l&#8217;idea ce l&#8217;ho qui&#8217; ( e si indica il cuore). E poi si alza, se ne va e lascia il segnale di farlo fuori (cosa che regolarmente accadrà nella scena successiva). L&#8217;altra, nel finale, quando tutto si è sfaldato, rispondendo ai &#8216;soci del Sud&#8217;, preoccupati perché stanno uscendo di scena i referenti politici: &#8216;Vorrà di&#8217; che ne troveremo altri, magari dall&#8217;altra parte&#8217;.</p>
<p>E la scena del &#8216;popolo di onesti cittadini&#8217; che marciano verso Palazzo Chigi il giorno dell&#8217;Apocalisse, senza bandiere, senza identificazione politica, ma solo &#8216;cittadini&#8217;, mette paura &#8211; per superficialità e pressappochismo. Manca solo la pubblicità del sito di Beppe Grillo e poi c&#8217;è tutto.</p>
<p>Non lo so, ma si poteva fare di più e meglio, soprattutto in termini di chiarezza.</p>
<p>Tolte queste non poche e tanto meno veniali pecche, il film è ben fatto. Sicuramente da vedere, ma avendo ben chiaro quali sono i riferimenti di fondo, altrimenti &#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Visti o rivisti ZATOICHI</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Sep 2015 16:16:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Zatoichi (letteralmente Ichi il massaggiatore cieco) è un film del 2003 di Takeshi Kitano, che oltre alla regia ha curato la sceneggiatura, il montaggio e  interpretato il ruolo del personaggio principale. Dalla critica italiana e internazionale è stato letto ed etichettato come&#160;&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Zatoichi</em> (letteralmente <em>Ichi il massaggiatore cieco</em>) è un film del 2003 di Takeshi Kitano, che oltre alla regia ha curato la sceneggiatura, il montaggio e  interpretato il ruolo del personaggio principale. Dalla critica italiana e internazionale è stato letto ed etichettato come uno <em>jidaigeki, </em>cioè un film storico in costume tipico della filmografia giapponese. Forse, non conoscendo il Giappone e la realtà giapponese, i critici si sono limitati alla testualità filmica e il risultato non poteva essere che questo, salvo &#8211; nelle critiche più avvedute- qualche richiamo alla malvagità umana o alla complessità dei nostri tempi. Kitano gira su Ichi il 27mo film: prima della sua opera in Giappone erano usciti già altri 26 lungometraggi con lo stesso protagonista e oltre cento puntate di ben quattro differenti serie televisive. Ichi nasce dalla penna di Kan Shimozawa ed è un cult in Giappone.</p>
<p>Ma Kitano fa molto di più, tanto da meritarsi un Leone a Venezia.</p>
<p>Il cieco massaggiatore è un amante del gioco d&#8217;azzardo e abilissimo con la katana, ma la sua specialissima spada è chiusa in un involucro da bastone da passeggio. Viandante peregrino, capita in un paese di campagna, ai primi del XIX secolo, angariato dalle bande criminali, che controllano tutto: gioco d&#8217;azzardo, prostituzione, &#8216;pizzo&#8217; e usura. Riuscirà a sconfiggere tutti, in massacro continuo e pulp, con l&#8217;aiuto di un gruppo di  brave persone: una vecchia contadina, suo nipote debosciato ma buono, due fratelli (una ragazza e un ragazzo) che vanno in giro vestiti da geisha e che covano una vendetta tragica. Fin qui niente di nuovo o diverso rispetto allo Zatoichi di Kazuo Mori, Kimiyoshi Yasuda e Shintaro Katsu (tanto per citarne alcuni di quelli che si sono cimentati con questo personaggio). Con tutti i debiti e tutte le citazioni, anche sostanziali (il film ricorda senza mezzi termini <em>I sette samurai </em>di Kurusawa).</p>
<p>Ma Ichi di Kitano è biondo ossigenato (fenomeno di massa delle nuove generazioni giapponesi), si finge cieco per tutta la storia (sta sempre a occhi chiusi per sentire meglio, come lui stesso confessa nella scena che mette fine alla banda mafiosa), ma ci vede benissimo. E nella scena finale, lui  che ha girato il Giappone a piedi senza inciampare mai e sbudellato decine di criminali, va a sbattere in un sasso, tanto da esclamare:&#8217;Anche ad occhi aperti non vedo niente&#8217;.</p>
<p>Ichi è il Giappone post bomba atomica (e , guarda caso, è stato girato nelle campagne di Hiroshima) che vive senza vedere: contadini che lavorano monotonamente la terra come bestie; la pedofilia dilagante e la violenza impunita sulla donne; gli uomini super tatuati della Yakuza, la violentissima e spietata mafia giapponese che controlla prostituzione, droga, &#8216;pizzo&#8217;, usura e gioco d&#8217;azzardo, dedita all&#8217;assassinio su scala industriale ; il popolo che balla e ride, in un un finale hollywoodiano (ricordiamolo: il modello dominante in Giappone è quello americano) in cui, al ritmo degli Stomp, ballano tutti: vittime e carnefici, salvatori e perduti, padroni e proletari.</p>
<p>Un grande film, da vedere. Avendo l&#8217;accortezza di leggere, prima, un po&#8217; di storia e di società giapponesi.</p>
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		<title>Visti o rivisti  YOUTH</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Aug 2015 15:37:39 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Ovviamente, a dispetto del titolo  o proprio per il titolo, l&#8217;ultimo film di Sorrentino è una narrazione della vecchiaia, quella fase della vita in cui, volenti o nolenti, tutti quelli che hanno la fortuna di arrivare debbono fare i conti con una serie di cose: lo scemare della forza fisica, la inevitabile decadenza, l&#8217;esaurirsi &#8211; a volte più lento, a volte improvviso- delle energie vitali, i ricordi (inclusi i rimorsi e i rimpianti).</p>
<p><em>Fred </em>(uno splendido Michael Caine) e <em>Mick </em>(Harvey Keithel, sempre adeguato al ruolo) sono due (quasi) pensionati di lusso: il primo conduttore d&#8217;orchestra e compositore, l&#8217;altro un regista, tutti e due  sul viale del tramonto. Il primo disincantato dal tempo passato e conscio che la sua epoca, nel bene e nel male, sia finita; l&#8217;altro che cerca disperatamente di rimanere attaccato alla vita, girando il suo film-testamento (che non a caso si intitola &#8216;L&#8217;ultimo giorno della vita&#8217; e di cui Harvey, nonostante lo stuolo di giovani sceneggiatori che lavora con lui, non riesce a scrivere il finale). Pensionati di lusso, in vacanza sulle Alpi svizzere, in un albergo di super lusso. Attorno altri personaggi:la figlia i Fred, un monaco buddista, un Maradona grasso e malato, una giovane prostituta, inviati della regina Elisabetta, una massaggiatrice cripto ballerina, uno scalatore, un giovane attore californiano di successo.</p>
<p>Sullo sfondo divorzi improvvisi, pop star, mogli morte o comunque mancanti, amori giovanili, suggestioni reali (nel senso monarchico del termine), passeggiate, massaggi, fanghi e abluzioni.</p>
<p>Credo che la scena più bella, almeno dal mio punto di vista, sia quella in cui <em>Miss Universo </em>(Madalina Diana Ghenea, il lato B della locandina) entra tutta nuda in piscina sotto gli occhi amorevoli di Caine e Keithel: in loro, nei loro sguardi, nelle loro parole non c&#8217;è malizia, né bramosia, né la libidine malata dei vecchi. C&#8217;è solo ammirazione, contemplazione del bello, godimento della salubrità della gioventù.</p>
<p>Le cose che ho apprezzato: la fotografia, il rigore formale (da tutti criticato, ma che invece è il pregio di Sorrentino, che lo avvicina a Visconti), la cura delle inquadrature. Le cose che mi lasciano perplesso sono una sceneggiatura un po&#8217; arruffata, con personaggi macchietta: il monaco buddista, un&#8217;asceta che levita, che ci sta a fare in albergo 7 stelle L? lo scalatore che fa innamorare la figlia di Fred è un Messner andato a male e senza acqua minerale da reclamizzare; le donne-attrici-personaggi dei film di Mick sui pendii alpini pieni di vacche al pascolo. Sbavature incredibili, che minano la compostezza formale del film. E poi un finale scontato.</p>
<p>Sorrentino, ossessionato da Fellini, invece di averlo come punto di riferimento- come nella Grande Bellezza- comincia a citarlo; peggio: lo imita. Non poteva compiere un errore più grave.</p>
<p>Scriveva Marguerite Yourcenar nel <em>Taccuino di appunti </em>del suo <em>Memorie di Adriano: &#8216;</em>Questo libro è stato concepito, poi scritto, tutto o in parte, sotto diverse forme, tra il 1924 e il 1929, tra i mie venti e venticinque anni. Quei manoscritti sono stati tutti distrutti. Meritavano di esserlo.&#8217;</p>
<p>Non deve fare altrettanto, Sorrentino. Ma lo aspettiamo tra una ventina d&#8217;anni, a parlare di vecchiaia, con altri occhi e un&#8217;altra mente. Speriamo liberati entrambi dallo strabismo  del fellinismo. Curi ancor di più il suo rigore formale, alla barba dei critici che lo giudicano un manierista: è la sua qualità migliore.</p>
<p>Uscito subito dalle sale in Italia; Rotten tomatoes non riporta neanche una critica nordamericana: con quel calibro di attori (in cui va inclusa una folgorante Jane Fonda, pure se ridotta anche lei a una volgarissima macchietta) ci si aspettava di più.</p>
<p>Da vedere, in ogni caso.</p>
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		<title>Visti o rivisti  Velvet Il prezzo dell&#8217;amore</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jul 2015 16:29:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Fred (Stanley Tucci) arriva con armi e bagagli a casa di Velvet (Alice Eve), la sua ex amante, dopo quattro anni: finalmente ha lasciato la moglie e possono ricominciare la loro appassionata storia d&#8217;amore. Lui, avvocato, era stato adescato da lei (studentessa universitaria&#160;&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Fred </em>(Stanley Tucci) arriva con armi e bagagli a casa di <em>Velvet </em>(Alice Eve), la sua ex amante, dopo quattro anni: finalmente ha lasciato la moglie e possono ricominciare la loro appassionata storia d&#8217;amore. Lui, avvocato, era stato adescato da lei (studentessa universitaria e squillo di lusso per mantenersi agli studi): ma presto Velvet si era innamorata di lui, e Fred di lei. Solo la lontananza e un&#8217;unione coniugale si frapponevano al loro amore. Ora Fred è qui. Però le cose sono cambiate: Velvet non è più la studentessa che si paga gli studi intrattenendo rapporti con uomini maturi; ora è una squillo a tutto tondo, una professionista. Nella casa, linda e ordinata, di Velvet iniziano le schermaglie tra lui e lei: tra amore, rimpianti, invettive volgari, tristezza per il passato e il presente. Un presente che ha un lato morboso; ora Velvet è l&#8217;amante, come lo è stata per Fred, del figlio di lui, Chris che con il padre ha rapporti saltuari e superficiali. Velvet deve uscire e &#8216;andare a pranzo con Chris&#8217;, che nel gergo della sua attività significa qualcosa di chiaro e preciso.</p>
<p>La tensione sale e scende, in un crescendo comunque lineare e ossessivo: il rapporto tra i due è naufragato, l&#8217;amore finito, il rispetto reciproco agli sgoccioli. Che accada qualcosa di brutto, violento ed irreparabile è nell&#8217;aria. E infatti accade. In un raptus incontrollabile Fred violenta Velvet, sbattendola sul pavimento, in modo brutale. La lascia ancora piangente e umiliata a terra. Si rassetta, prende le sue cose e va via. A Velvet rimane solo la miseria della sua solitudine e la ferita della violenza. Ma&#8230;</p>
<p>Ma il finale cambia radicalmente tutti gli angoli di prospettiva e la storia diventa un&#8217;altra storia, perché i personaggi rivelano verità diverse. Un finale che spiazza e in qualche modo fa riflettere: sull&#8217;amore, sul sesso, anche su quello mercenario.</p>
<p>Girato a Brooklyn, Vevet &#8211; Il prezzo dell&#8217;amore (<em>Some Velvet morning</em>) è sostenuto da una sceneggiatura a sorpresa e dall&#8217;interpretazione magistrale di Tucci e della Eve. Ancora una volta Neil LaBute &#8211; un convertito in età universitaria alla Chiesa dei Santi degli Ultimi Giorni (mormoni)- affronta il tema del rapporto &#8211; nevrotico, torbido, non lineare- tra i sessi. Alle spalle &#8211; per ambientazione e ritmo- c&#8217;è il <em>Servo </em>di Losey e Pinter, anche se lì i due maestri affrontavano il tema secolare tra servo e padrone, caro a Hegel e poi a Marx, mentre LaBute l&#8217;interdipendenza la lega all&#8217;amore e al sesso.</p>
<p>Uscito nel 2013, direttamente su internet e in poche sale negli USA, e in Italia solo come homevideo, il film non ha goduto di grande critica sia in America che in Italia, secondo me a torto: la storia è interessante e in parte originale, i ritmi adeguati, la recitazione lodevole.</p>
<p>Da vedere, se possibile.</p>
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		<title>Arance e martello</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Jun 2015 10:05:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Complessivamente Arance e martello di Diego Bianchi non si può certo considerare e valutare un grande film e, a tratti, neanche un film venuto bene. Ma senza dubbio ha all&#8217;interno della narrazione una serie di spunti e qualche situazione che meritano&#160;&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Complessivamente <em>Arance e martello</em> di Diego Bianchi non si può certo considerare e valutare un grande film e, a tratti, neanche un film venuto bene. Ma senza dubbio ha all&#8217;interno della narrazione una serie di spunti e qualche situazione che meritano una riflessione, non fosse altro che per ciò che sta accadendo all&#8217;interno del Partito Democratico e, a Roma, a livello di Mafia Capitale.</p>
<p>La storia è semplice ed emblematica: in pieno agosto, in una Roma del 2011 sopraffatta dall&#8217;afa e dalla noia &#8211;  rappresentate da una fontanella e da una serie di <em>spleen </em>individuali e collettivi (gli anziani al bar, che commentano vita, politica e tempo che passa; i fascistelli senza orizzonti e senza valori, che non siano roboanti nullità; l&#8217;improbabile radio di quartiere che sopravvive di banalità), arriva un&#8217;ordinanza del Sindaco, ovviamente Alemanno, che impone il trasferimento del mercato rionale, che deve essere rimosso, perché  occupa &#8211; dico io: in modo indecente- gran parte della strada.</p>
<p>Al mercato, per caso, si incontrano offerta e domanda politica: da una parte un gruppo di militanti del Partito Democratico, che con tanto di banchetto va a tentare di raccogliere firme per chiedere le dimissioni di Berlusconi (come se per mandar via Berlusconi bastasse una petizione popolare); dall&#8217;altra, i commercianti del mercato, italiani e immigrati, in linea di massima di destra e senza alcuna affinità con il PD,  i quali però, in mancanza di qualsiasi altra opportunità, al PD si affidano per cercare di bloccare l&#8217;ordinanza di trasferimento.</p>
<p>E il PD si attiva: la sezione convoca una riunione, cui partecipano uno sparuto drappello di presenti in città. Rappresentano le anime del PD: un ex democristiano, una ricercatrice avvenente e complessa, vecchi comunisti incalliti, giovani spaesati ma volenterosi, una segretaria energetica ma priva di linea, che non sia l&#8217;antiberlusconismo. Si vota: e tra voti e dichiarazioni, alla fine si decide di non decidere. Quando questa non decisione viene comunicata ai commercianti del mercato, scoppia la rivolta e la sezione del Partito Democratico viene occupata e i militanti sequestrati, con la &#8216;forza&#8217;.</p>
<p>Arrivano la Polizia, il Sindaco, l&#8217;Assessore Quattordicine (!) e il caos aumenta, per poi finire nel quasi nulla: ferragosto è vicino e anche i più resistenti partono per la settimana di vacanza, compreso il regista-narratore.</p>
<p>Film a volte esile, ma con due passaggi importanti. Il primo è il dialogo tra la segretaria della sezione PD e il marito, che a un tratto dice:&#8217;Dentro a sta casa siamo rimasti tutti comunisti&#8217;. Come per dire: avremo pure fondato il PD, ma tutto è rimasto come prima. Il secondo è il gesto di Irina, una badante &#8211; ucraìna, penso- che nella sezione, sequestrata dai commercianti, ad un certo punto prende la teca in cui sono conservati una falce e un martello e la distrugge, perché &#8211; come dice lei, che il comunismo lo ha vissuto sulla propria pelle &#8211; sono simbolo di dolore e di morte.</p>
<p>Bianchi fotografa bene il dramma del PD  e, soprattutto, dei suoi militanti che vengono dalla storia comunista: non hanno capito, o forse non vogliono, che il Partito Democratico non è lo sviluppo della catena PCI-PDS-DS, ma è inevitabilmente un&#8217;altra cosa.</p>
<p>Buona l&#8217;idea di Bianchi &#8211; anche se non originale- del narratore partecipante con la videocamera, in presa diretta. A volte, però, sembra più un selfie che una testimonianza documentaria  e il film un po&#8217; scade.</p>
<p>Da vedere, per chi, come me, sul PD ha delle idee che non sempre vede realizzate.</p>
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		<title>Visti o rivisti  Suite francese</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Mar 2015 19:50:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il grande merito di Saul Dibb nel prendere in mano il romanzo incompiuto (e ultra celebrato) di Irène Nèmirovsky è stato di andare oltre il testo e far emergere alcuni contrappunti nella storia dell&#8217;amore (im)possibile, che nel film e nel&#160;&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il grande merito di Saul Dibb nel prendere in mano il romanzo incompiuto (e ultra celebrato) di Irène Nèmirovsky è stato di andare oltre il testo e far emergere alcuni contrappunti nella storia dell&#8217;amore (im)possibile, che nel film e nel libro è il centro su cui tutto grava.</p>
<p>La Francia occupata dalle truppe tedesche è un Paese allo sbando: il Governo collaborazionista di Petain abbandona i suoi concittadini, che sfuggono ai bombardamenti , riversandosi in massa nelle campagne. In un piccolo paesino vive <em>Lucie Angellier </em>(Michelle Williams), sposa di guerra, costretta dal padre &#8211; in punto di morte &#8211; a un matrimonio senza amore, e imprigionata ora in casa con la suocera, <em>Madame Angellier</em>, arida di sentimenti e ricca possidente, interpretata con la usuale maestria da Kristin Scott Thomas (l&#8217;unica francese, seppure d&#8217;adozione, in un film incomprensibilmente inglese). L&#8217;occupazione del paesino da parte delle truppe tedesche ( la scena dell&#8217;entrata dei mezzi cingolati  e dei soldati della Wehrmacht, che invadono ogni spazio,   in un flusso che parte dalla &#8216;platea&#8217; e si spande in tutto lo schermo, ha una grande forza comunicativa ) mette in moto tutte le più innominabili bassezze degli occupati: lettere di delazione; donne che cedono ai soldati tedeschi per recuperare un po&#8217; di sesso perso perché i loro uomini, mariti o fidanzati, sono al fronte a combattere i camerati dei loro occasionali amanti; l&#8217;aristocrazia locale che fraternizza, senza mezzi termini, con i nemici. Una brutta Francia, con cui, alla fine della guerra e dopo un&#8217;eroica Resistenza, i francesi chiuderanno pesantemente i conti.</p>
<p>Tutto questo  spesso sfugge alla Nèmirovsky, vittima anche lei della delazione e morta di tifo ad Aushwitz: non vede le contraddizioni di classe (per lei, figlia di ricchi banchieri, il lato della barricata era un altro); non vede l&#8217;orrore del nazismo (molti furono gli ebrei che faticarono a capire, agli inizi, almeno), anche se poi ne sarà innocente vittima.</p>
<p>Tra Lucie e il tenente <em>Bruno von Falk (</em>Matthias Shoenaerts) scoppia l&#8217;amore, sulle note di una Suite, francese appunto, che Bruno, musicista, compone per sfuggire gli orrori della guerra (ricordiamoci però che dal 1935 i soldati tedeschi giurano, tutti, senza eccezione alcuna, fedeltà a Hitler).</p>
<p>Dibb gioca su questi contrappunti e sulla bellezza delle cose ( la campagna, il borgo antico, la natura) corrotta dalla guerra e dalla morte, con movimenti calligrafici, che trovo un pregio, così come pregevole è la  chiusura con i titoli che scorrono sulla calligrafia, piccola contorta ma sublime, dei manoscritti della Nèmirovsky.</p>
<p>L&#8217;amore è un sentimento che va oltre gli incolmabili fossati dell&#8217;odio fine a se stesso e della barbarie? Dubito, anzi penso proprio di no: non potrei mai amare il mio aguzzino, anche se suonasse la più meravigliosa delle Suite. Forse lo pensa anche Dibb, in un finale senza speranza dove tutto si divide e dove la vita fa giustizia di tutto, anche di quell&#8217;amore e il riscatto sarà collettivo e non individuale: la bellezza bisogna costruirsela.</p>
<p>Storia controversa, soluzioni spesso riuscite, formalità filmica eccellente.</p>
<p>Da vedere, senza dubbio, ma avendo in tasca un po&#8217; di spirito critico.</p>
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