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	<title>Cantami o diva &#187; Economia</title>
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	<description>BLOG DI ROBERTO PELO</description>
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		<title>LA STRATEGIA CINESE</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Aug 2015 13:57:34 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[Che la prima svalutazione, di circa il 2 per cento, non fosse quella definitiva era abbastanza chiaro: troppo poco per l&#8217;obiettivo ufficiale che si prefissava. I due aggiustamenti successivi sono più appropriati e hanno anche la benedizione del FMI. Che l&#8217;obiettivo sia&#160;&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Che la prima svalutazione, di circa il 2 per cento, non fosse quella definitiva era abbastanza chiaro: troppo poco per l&#8217;obiettivo ufficiale che si prefissava. I due aggiustamenti successivi sono più appropriati e hanno anche la benedizione del FMI.</p>
<p>Che l&#8217;obiettivo sia la difesa delle esportazioni è una mezza verità: la posta in palio è più alta ed ha valore storico e non congiunturale.</p>
<p>Dunque, alla fine di un ventennio di crescita vertiginosa, che nemmeno Deng Xiaoping avrebbe mai immaginato ( e sperato), la Cina si trova a fare i conti con quello che gli oligarchi di Pechino giudicano un preoccupante rallentamento dell&#8217;economia nazionale.</p>
<p>I gerarchi del Partito Comunista cinese sono da qualche giorno, come ogni anno fin dai tempi di Mao,  in vacanza a Bedaihe (una specie di Rimini a sud di Pechino) e come ogni anno si vedono in modo &#8216;informale&#8217; , cioè al di fuori delle riunioni del Politbureau o del Comitato centrale, o dei vari Comitati Permanenti delle assemblee elettive (per modo di dire). Gli incontri sono informali, ma le decisioni sono ufficiali. Non sorprende, quindi, che la decisione di svalutare sia venuta in questi giorni: il Partito ha deciso e la Banca Centrale ha implementato, alla faccia dell&#8217;indipendenza della politica monetaria, sulla quale noi europei e gli americani ci scanniamo da decenni. Su quali dati &#8216;oggettivi&#8217; è stata presa la decisione?</p>
<p>La situazione economica, al netto delle turbolenze borsistiche (esagerate a dismisura , probabilmente con l&#8217;obiettivo di una parte del Partito di mettere fine ai soldi facili delle varie cordate che controllano il potere politico-economico cinese, ma non certo per garantire le famiglie e i risparmiatori, peraltro &#8211; secondo una recente analisi dell&#8217;Economist- partecipanti solo con una quota dell&#8217;1,5% al mercato finanziario interno), non è critica, neanche a misurarla con gli occhi dilatati della dirigenza cinese: il PIL crescerà nel 2015 del 7% , in linea con gli obiettivi: le riserve valutarie sono stabili al di sopra di 3.800 miliardi di dollari; la produzione industriale cresce. Nel rapporto di marzo, l&#8217;OCSE salutava con favore il rallentamento della crescita cinese, condizione per poter reimpostare ( se ce ne fosse l&#8217;intenzione) il piano di sviluppo su basi più equilibrate.</p>
<p>Ma ci sono anche altri dati, più o meno ufficiali, con cui fare i conti.</p>
<p>La situazione strutturale di sovrapproduzione delle aziende statali, che accedono senza problemi al credito a buon mercato, è, appunto, strutturale: le aziende manifatturiere statali raggiungono sempre, anzi superano brillantemente, i target quantitativi del piano quinquennale, ma i loro magazzini sono pieni (stracarichi) di merce invenduta.</p>
<p>Il settore agricolo vede sempre di più allargarsi la forbice che lo divide da quello industriale e dei servizi: la produttività e i rendimenti sono bassi, troppo bassi rispetto al fabbisogno nazionale.</p>
<p>Nell&#8217;ultimi cinque anni il tasso di cambio reale si è apprezzato di quasi il 30%, mentre il mondo andava in direzione opposta: solo nell&#8217;ultimo anno (agosto 2014- agosto 2015) l&#8217;euro si è svalutato rispetto al dollaro di quasi il 18%, il real brasiliano del 38%, lo yen giapponese del 15, il rublo del 50 (dopo aver toccati picchi del 100%), il won coreano del 10%, il dollaro canadese del 16 e stessa sorte per quello australiano.</p>
<p>La competizione sui costi (soprattutto del lavoro) non basta più o, quantomeno, non è più sufficiente a garantire i tassi di crescita dei decenni passati.</p>
<p>Una mossa, quindi, quasi obbligata: strano è che gli analisti e gli osservatori internazionali non ne avessero capito l&#8217;ineludibilità.</p>
<p>Ma nella mossa del gruppo dirigente cinese c&#8217;è qualcosa di più importante sul lungo termine, qualcosa che può minare per sempre l&#8217;impianto di sviluppo inaugurato in Cina negli anni &#8217;80. Ed è l&#8217;accordo di libero scambio tra USA e UE, su cui tanto insiste (giustamente) Obama. Se l&#8217;accordo dovesse andare in porto, la Cina verrebbe derubricata dalla prima fila nello scenario mondiale: UE e USA diverrebbero il più grande mercato mondiale, inarrivabile, con regole di favore tra le due parti cui altri non potranno accedere.</p>
<p>Creare un disequilibrio permanente sul mercato dei cambi è un modo per tenere l&#8217;economia mondiale in situazione precaria: e nelle situazioni precarie è difficile che si portino a termine operazioni ambiziose come quelle cui punta Obama.</p>
<p>La Banca centrale cinese ha fatto sapere oggi che le svalutazioni attuate sono un primo passo per portare lo yuan alla libera contrattazione sul mercati valutari. Ciò significa nel lungo termine che lo yuan potrà essere considerato,  a tutti gli effetti e con tutti i diritti, una valuta di riferimento ( e di riserva) come il dollaro o l&#8217;euro. Quanto durerà questa strada di avvicinamento alla libera contrattazione non è dato sapere. O cioè sì: tanto quanto basta alla Cina per tornare a mettere i piedi, il naso e le mani negli affari degli altri. Gli stessi che considerano la Cina un&#8217;opportunità e non, come dovrebbe, una minaccia.</p>
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		<title>Le difficoltà del cambiamento</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Feb 2015 11:51:58 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Italia e l&#8217;Europa si trovano, in queste convulse e singhiozzanti fasi finali della crisi economica che ha messo in ginocchio il mondo intero dalla fine del 2008, ad attraversare un immenso guado, dalle acque basse ma limacciose e apparentemente senza fine: l&#8217;attraversamento è ancora lento, faticoso, incerto. La mitica luce in fondo al tunnel non è uguale per tutti e non sempre brilla della stessa intensità: ma , a meno di un altro shock grave e irreversibile (un nuovo fronte di guerra, il crack di qualche banca di peso mondiale, una catastrofe naturale di dimensioni apocalittiche), la fine della crisi o almeno il superamento di quasi tutti i peggiori mali sembrano vicini, prossimi. A metà 2015 potremo, facendo tutti gli scongiuri del caso, brindare , seppure con moderazione. E&#8217; di oggi la notizia, dopo i dati confortanti sull&#8217;andamento del PIL e sulla produzione e l&#8217;occupazione, che l&#8217;indice della  fiducia dei consumatori è arrivato, secondo l&#8217;ISTAT, a 110,9, il punto più alto dal 2002, cioè 13 anni fa. Non è male.</p>
<p>Come tutte le crisi quella che ancora stiamo vivendo ha imposto a tutti l&#8217;imperativo di compiere delle scelte: il guado si attraversa solo e unicamente se si ha o se si è avuto il coraggio di cambiare, di riconoscere gli errori, di mettere in movimento nuovi processi, lasciandosi magari alle spalle convinzioni e schemi consolidati, tutto ciò che per molto tempo è stato un punto di riferimento e una sicurezza. Tutti abbiamo una coperta di Linus, cui non possiamo rinunciare. Anche i Governi, la politica, le grandi nazioni. Coperte morbide e collettive, per questo ancor più difficile è lasciarle per imboccare nuove strade.</p>
<p>L&#8217;Unione Europea è soffocata dalle tante coperte in cui si avvoltola, in cerca di sicurezza: alcune nazionali, altre unitarie; alcune ancora valide, altre superate già da tempo dal cammino della Storia; alcune logore ma logiche, altre logore ma assolutamente irrazionali.</p>
<p>Siamo in questa fase di stagnazione e deflazione perché la Destra tedesca (ma non solo) è ancora ossessionata dalla Repubblica di Weimar e dall&#8217;iperinflazione, dimenticando o fingendo di dimenticare che in mezzo ci sono la Seconda Guerra, Bretton Woods, la Corea, la CEE, il Vietnam, l&#8217;abolizione dell&#8217;apartheid in America e poi in Sud Africa, la penicillina, la conquista dello spazio, i computer e internet, la caduta del Muro di Berlino. E mi fermo qui. Ma l&#8217;inflazione sopra il due per cento a Monaco, Berlino e a Francoforte mette paura, anche se i nazismi o i nuovi fascismi che girano per l&#8217;Europa, oggi, non sono figli dell&#8217;inflazione, bensì della crisi e dell&#8217;austerità. Una coperta logora e irrazionale, con cui però dobbiamo fare i conti tutti e non solo Tsipras, perché è in mano alla Germania.</p>
<p>Le socialdemocrazie europee e le sinistre radicali , con accenti diversi ma fondamentalmente sulla stessa lunghezza d&#8217;onda, non vogliono lasciare la coperta del welfare: giustamente, direi, ma i costi e i prezzi &#8211; se non si aggiustano un po&#8217; di storture strutturali- non si possono più sostenere. Una coperta logora, ma ancora valida, a certe condizioni.</p>
<p>In Italia siamo aggrappati a decine di coperte di Linus: da Maastricht in poi i processi di liberalizzazione hanno messo a nudo i limiti strutturali dello sviluppo economico italiano, del capitalismo, furbetto e dal fiato corto,  delle Partecipazioni Statali e delle piccole imprese. A noi, anello debole dell&#8217;alleanza atlantica, con in casa il più grande partito comunista dell&#8217;Occidente e ai confini con i nemici della guerra fredda, ci è stato concesso di tutto: stampare senza limiti moneta, aumentare a dismisura il debito pubblico, svalutare a ciclo continuo la lira, per recuperare sul prezzo le inefficienze di un sistema economico asfittico, malato di nanismo, distorto dalla corruzione. Ma questa grande coperta della Guerra Fredda e del mondo diviso in blocchi non c&#8217;è più: l&#8217;UE che abbiamo contribuito a costruire è un&#8217;Europa a libera circolazione di capitali, persone  e merci. Il libero mercato, insomma, nei limiti del possibile.</p>
<p>Abbiamo urgentissimo bisogno di cambiare, prima che nei fatti,nelle nostre menti. Abbiamo bisogno di mettere sotto la lente d&#8217;ingrandimento di una critica serena ma serrata centinaia di convinzioni; dobbiamo ridefinire le  categorie e risintonizzare la strumentazione di analisi al mondo che cambia o che è cambiato alla velocità della luce negli ultimi  venticinque anni (elenco solo alcuni cambiamenti: crollo dell&#8217;Unione Sovietica e del blocco comunista; diffusione di massa di internet e della telefonia cellulare; Cina primo paese al mondo per PIL; globalizzazione economico-finanziaria; introduzione euro; crisi 2008-09. Per avere cambiamenti di pari portata, prima, ci erano voluti 100-150 anni). La fase che attraversiamo, cominciata nei primi anni &#8217;90, e che probabilmente arriverà alla conclusione, almeno del primo ciclo, quando saremo usciti da questa crisi, quindi più o meno un paio di anni ancora, è una fase <em>epocale</em>. Epocale nel senso che il mondo sarà alla fine completamente diverso da quello che, fatte le dovute differenze dovute al naturale sviluppo, abbiamo conosciuto negli ultimi due secoli.</p>
<p>Cambiare si deve, quindi, per evitare che i processi ci scappino di mano e si sviluppino senza di noi o, peggio, contro di noi. Ma cambiare è difficile, perché impone di mettere in discussione quello che eravamo,  esige che  ri-valutiamo le idee con cui siamo cresciuti,  richiede di schierarsi e di farsi carico anche degli inevitabili errori, perché &#8211; come è noto- solo chi non fa non falla.</p>
<p>L&#8217;Italia convulsa e contraddittoria degli tre anni, dalla caduta del governo Berlusconi ad oggi, è un Paese che si dibatte in molte, a volte angosciose, antinomie: esigenza di cambiamento di alcune leggi fondamentali (inclusa la più fondamentale di tutte, la Costituzione), per rimettere in moto una società bloccata a quasi tutti i livelli. Economico, dopo lo schianto del 2009, con seri segnali di deinustrializzazione permanente e la disoccupazione a livelli mai raggiunti prima; istituzionale, con la necessità di ridisegnare l&#8217;intero impianto  sia centrale che territoriale, per uscire dal pantano di un sistema che non garantisce la governabilità dei processi; politico, per eliminare la montagna di fango che una classe di amministratori, non di rado incompetenti e spesso anche corrotti, ha gettato su tutto il sistema.</p>
<p>Tutti sono d&#8217;accordo, o quasi, perché c&#8217;è chi si limita, ancora oggi, solo alla denuncia senza offrire alternative, credibili o viabili.</p>
<p>Tuttavia, al momento opportuno distinguo, mal di pancia, posizioni acquisite da difendere, ideologia, interessi di partito o, peggio, di corrente, antipatie personali e tutto quello che concorre alla creazione di ostacoli e veti, emerge nella sua plastica evidenza.</p>
<p>E&#8217; il caso emblematico dei due ultimi provvedimenti del governo Renzi: il cosiddetto Jobs Act, cioè una legge sul lavoro, e la nuova normativa sulla responsabilità civile dei magistrati. Sul secondo provvedimento  l&#8217;atteggiamento dei magistrati è stato ondivago, con posizioni differenti tra le varie correnti politiche, ma con un sostanziale rifiuto, perché ritenuto lesivo dell&#8217;autonomia e della libertà delle toghe, rosse o nere che siano.E, apparentemente,  senza confronti muro contro muro: per vedere quale saranno gli effetti occorre almeno un anno. Niente sciopero, per evitare le (giustamente) inevitabili critiche di corporativismo, ma attacco frontale alla legge, con un fuoco di sbarramento giornaliero e ad ampio spettro.</p>
<p>Più drammatico, almeno nelle forme, il confronto sul Jobs Act.  Governo e  maggioranza del PD si trovano contro un arco di forze, minoritarie ma molto articolate, che vanno dalla CGIL alle minoranze del PD, che &#8211; va detto- non vanno oltre il 20% del Partito, dalle opposizioni della destra (FI e la Lega, dando per scontata l&#8217;opposizione &#8216; a prescindere&#8217; del M5S) a SEL. E&#8217; stato detto di tutto: neoliberismo, tachtcherismo, deriva autoritaria e via di questo passo. Del simulacro oggi esistente dell&#8217;articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori è stato fatto un totem inviolabile. Gran parte (graziaddio non tutti) degli ex comunisti del PD, che non sembra si renda conto dei contesti in cui certi cambiamenti diventano una necessità, mette sotto accusa giorno dopo giorno, ormai da mesi, il Segretario del Partito nonché Presidente del Consiglio. In questa opera demolitoria e plasticamente conservatrice, si mette in mostra quotidianamente l&#8217;on. Fassina, che trova sempre un nuovo pretesto per un nuovo fronte di polemica. Dimenticando sistematicamente due cose: la prima, che il Congresso è finito da un pezzo e le sue tesi ne sono uscite sconfitte, senza se e senza ma; la seconda, che in un partito , democratico e di massa, ci si sta a certe condizioni &#8211; dopo discussioni, votazioni, divisioni &#8211; in modo unitario: poi alla fine tutti si devono far portatori della linea vincente.</p>
<p>Ma cambiare è un atto difficile: molto più facile adagiarsi su vecchi slogan, vecchie consuetudini, vecchi schemi. Dal vecchio non vengono mai sorprese, ma, ahinoi, neanche cambiamenti.</p>
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		<title>Rullano i tamburi nella notte</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Jan 2015 18:25:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La vittoria di Sizira e del suo leader Tsipras sembra ormai scontata: resta solamente di conoscere la percentuale con cui vincerà, se prossima al 40% o invece inclinata verso il 30. Avrà il suo premio di maggioranza e la responsabilità&#160;&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La vittoria di Sizira e del suo leader Tsipras sembra ormai scontata: resta solamente di conoscere la percentuale con cui vincerà, se prossima al 40% o invece inclinata verso il 30. Avrà il suo premio di maggioranza e la responsabilità di tirare fuori la Grecia dalla crisi: dovrà presentarsi a brutto muso a trattare con nemici di Bruxelles, che sono amici di Nuova Democrazia non certo suoi.</p>
<p>Andrà veramente  a dire quello che ha promesso in campagna elettorale o cercherà anche lui di costringere la UE a cambiare verso, proseguendo la lotta di Renzi? Cercherà di trovare l&#8217;equilibrio tra una politica economica espansiva, per  ridare fiato e forza alla &#8211; da sempre- fragile economia ellenica e la lotta alle folli distorsioni garantiste che quell&#8217;economia hanno minato alla radice, oppure sventolerà la spettrale bandiera dell&#8217;uscita dall&#8217;euro, cara icona di tutti i populismi europei?</p>
<p>Farà lo statista o il capopopolo? Terrà conto del 30 e rotti per cento dei voti ottenuti o del 60 e rotti per cento dei suoi concittadini, che nei sondaggi dichiara di non voler rompere con la UE e non volere, soprattutto, uscire dall&#8217;euro?</p>
<p>Non ho nessuna riserva mentale verso Tsipras, anche se ne ho molte verso i suoi grandi elettori italiani, confusi e populisti, minoritari storici alla Civati, quelli sempre contro e mai  per qualcosa, in nome di una purezza ideologica snob e intellettuale. Bisogna seguire da vicino i suoi tentativi , sperando che non sbagli.</p>
<p>Un suo fallimento sarebbe, infatti, ben peggiore delle ricette della Troika: la destra ( da quella al vertice a Bruxelles ad Alba Dorata) sta aspettando che il cadavere (politico) di Tsipras galleggi nel fiume della sua disfatta.</p>
<p>Allora sì che lo spettro di Weimar non sarebbe solo un&#8217;ipotesi.</p>
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		<title>Je suis Charlie. Loro chi sono?</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jan 2015 21:12:27 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>La barbarie non ha limiti, questo è ovvio, né purtroppo ci dobbiamo meravigliare più di tanto: nel mondo ogni minuto accade qualcosa di moralmente ripugnante, di politicamente indecente, di umanamente inaccettabile. Meravigliati no, indignati sì. Ma, come in tutti casi in cui la faccia dell&#8217;assassino rimane coperta, credo che sia utile e necessario  farsi qualche domanda. La prima e la più banale che mi viene alla mente, in questo e in casi simili, è: cui prodest? A chi serve?</p>
<p>Tutti o quasi sembrano concordi ( ministri degli interni , presidenti e primi ministri di vari Paesi, la gran parte dei commentatori televisivi, i cronisti da marciapiede): all&#8217;islamismo estremista, che è riuscito a portare con violenza e virulenza lo scontro nel cuore dell&#8217;Europa. Prima Parigi, poi Roma. E infatti la quasi totalità dei siti jihadisti gioiscono in Rete. E chi ha fatto la strage ha tenuto bene a specificare, ripetendolo più volte ad alta voce e in ottimo francese, che tutto si faceva in nome di Allah. Tanto perché fosse a tutti chiara la matrice.</p>
<p>Però, in quale contesto accade l&#8217;orribile strage di Parigi? Le coincidenze e le congiunture suonano a grandi linee così: oggi esce il romanzo Submission di Houellebecq, che certifica la caduta inevitabile dell&#8217;occidente di fronte all&#8217;avanzata dell&#8217;Islam. A leccarsi i baffi, mentre commentava la strage, la Signora Le Pen, che ringrazia di cuore i cosiddetti fondamentalisti, per averle ulteriormente spianato la strada alla prossima vittoria elettorale (il resto lo ha fatto Hollande). In sintonia con lei  le varie destre di casa nostra ed è logico e scontato: anche loro ci guadagneranno qualcosa, fosse pure una semplice frazione di punto percentuale.</p>
<p>Ma c&#8217;è di più e di più grande. Si sta combattendo da qualche mese una terribile battaglia sul petrolio e sul gas, che al petrolio è legato in modo quasi automatico. E&#8217; cominciata con l&#8217;Ucraina: tra invettive, manifestazioni di piazza, colpi di stato mascherati, fughe di personaggi imbelli, morti reali e annessioni qualche settimana fa è successa una cosa molto importante: la crisi tra UE e Russia con le sanzioni e le controsanzioni ha portato alla sospensione del progetto South Stream, un gasdotto che dalla Russia doveva portare il gas russo in Europa, a nord tramite la Bulgaria e l&#8217;Ungheria, a sud tramite la Grecia e l&#8217;Italia. I soci erano ENI e Gazprom. Erano: perché dal 29 dicembre scorso ENI non c&#8217;è più. E non c&#8217;è più nemmeno South Stream, ufficialmente congelato, di fatto abbandonato. A costruire il gasdotto, peraltro, era una società italiana.</p>
<p>Nel frattempo il prezzo del petrolio è crollato (indipendentemente da South Stream, come ovvio) e si è aperto un confronto duro tra USA e OPEC: se il prezzo si mantiene sotto i 50 dollari il barile le grandi estrazioni con il metodo fracking (fratturazione idraulica), avviate in modo massiccio negli USA a partire dal 2011, diventano economicamente non più convenienti,  soprattutto a fronte dei grandi investimenti iniziali e dei costi per superare le infinite resistenze delle comunità locali, preoccupate per tenuta ambientale e terremoti.</p>
<p>Per far tornare a crescere il prezzo del petrolio è necessario abbassare le quantità prodotte dai Paesi del cartello OPEC. Ma l&#8217;Arabia Saudita si è opposta, proprio per portare un colpo definitivo al petrolio fracking.</p>
<p>Per quello che è successo a Parigi oggi, certamente, ci rimette l&#8217;Arabia Saudita &#8211; che ha subito condannato, senza nemmeno sapere chi realmente siano i criminali dell&#8217;attentato. Chi ci guadagna (un Europa ancora più confusa e ferita, in collisione con la Russia, in ostilità con il mondo islamico, in piena crisi economica) sono gli USA.</p>
<p>Certo è un caso, ma da tenere sotto osservazione nelle prossime settimane.</p>
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