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	<title>Cantami o diva &#187; Politica</title>
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	<description>BLOG DI ROBERTO PELO</description>
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		<title>Immigrazione,razzismo, problemi e sciacalli</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Jun 2015 21:11:03 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>La storia dell&#8217;Umanità è storia di migrazioni. Una per tutte: quando i cinquecentomila Unni si misero in movimento, tra il IV e il V secolo della nostra era, avviarono un effetto domino su scala continentale e le invasioni cosiddette barbariche, nel giro di poco meno di un secolo, misero fine all&#8217;impero romano d&#8217;Occidente.</p>
<p>Migrano popoli interi o parti di essi: quanti italiani si sono riversati nelle Americhe dalla  fine dell&#8217;800? Milioni. E non siamo stati sempre gente per bene, lavoratori onesti ed operosi, basti pensare alla storia della criminalità organizzata e mafiosa che abbiamo portato dall&#8217;altra parte dell&#8217;Atlantico.</p>
<p>Migrano le avanguardie colonialiste e visionarie: insieme o poco dopo  Colombo, Vespucci, Vasco de Gama, Magellano sono arrivati eserciti e cannoni; affaristi e schiavisti; lavoratori e delinquenti. Senza quest&#8217;ultimi non esisterebbe l&#8217;Australia. Dietro o nelle navi portoghesi sono arrivati, in Cina e in Giappone, i Gesuiti, portatori di una cultura, il cristianesimo, che con quei Paesi non aveva nulla da spartire. E loro ancora di meno.</p>
<p>I colonialismi di tutte le tinte hanno cambiato il volto della Terra: l&#8217;Impero Britannico, quello francese, lo spagnolo hanno ridisegnato il mondo. La caratteristica fondamentale, fino alla metà del secolo scorso, era che le masse in movimento &#8211; siano essi stati i Veneti che emigravano in America Latina o le truppe coloniali belghe- erano bianche: l&#8217;occidente si riversava nelle periferie del terzo o quarto mondo (in Asia ,il Giappone definiva il suo spazio vitale a spese di Cina e Corea, fondamentalmente). La Cina dei Qing aveva pezzi di territorio, anche all&#8217;interno della stessa capitale, Pechino, governati dalle potenze straniere (Italia inclusa).</p>
<p>Il cortocircuito avviene dopo la Seconda Guerra mondiale: prima l&#8217;India, poi il Vietnam, poi la stagione della decolonizzazione negli anni &#8217;60 e &#8217;70 del &#8216;900. I flussi cominciano a cambiare: non più dal centro alla periferia, ma dalla periferia verso il centro dell&#8217;Impero. Ma sono flussi controllati e in un certo qual modo periferici: nessuno ricorda più le migrazioni cinesi della fine degli anni &#8217;60 dall&#8217;Indonesia, dove i militari musulmani avevano fatto strage di milioni e milioni di comunisti e cinesi; o la fuga dei boat-people, anch&#8217;essi cinesi, dal Vietnam, nei primi anni &#8217;80, dopo la guerra con la Cina. Il mondo bipolare si teneva sui veti incrociati, politici e militari, di USA e URSS: le sfere di influenza trattenevano tutti e la parte del mondo bianca e di matrice greco-romano-cristiana se la cavava abbastanza. Certo gli USA assorbivano le migrazioni latino-americane e il Canada e l&#8217;Australia quelle cinesi e asiatiche. Ma, essendo economie in espansione e con vasti territori, potevano permetterselo: anzi, era loro utile.</p>
<p>Tutto cambia alla caduta del Muro di Berlino e al crollo dell&#8217;Unione Sovietica: è un tana libera tutti. Soprattutto gli USA pensano che il mondo può diventare unipolare e quell&#8217;uno sono loro. Bush padre decide di dare una lezione all&#8217;Iraq di Saddam Hussein (prezioso alleato fino a poco prima nella guerra contro l&#8217;Iran khomeinista); Clinton replica nel 1998; poi le Torri Gemelle e l&#8217;11 settembre offrono a Bush figlio l&#8217;opportunità di chiudere la partita: di lì non abbiamo smesso più di infilare sciocchezze dietro sciocchezze, purtroppo di gravità inaudita, come il bombardamento della Libia e il sostegno peloso alle cosiddette &#8216;primavere arabe&#8217;. Da un quarto di secolo viviamo in guerra: da quella dei Balcani, dopo lo sfaldamento pilotato dall&#8217;Occidente della Jugoslavia, alle guerre in Iraq, in Libano, in Libia, in Sudan, in Siria, in Ucraìna. Allo stato di perenne tensione tra Israele e Palestina, con la copertura occidentale agli estremisti israeliani e alle loro occupazioni dei Territori, che alimentano il peggiore estremismo palestinese.</p>
<p>Ecco allora che ci troviamo a dover gestire migliaia di disperati che fuggono, dalla guerra, dalla violenza, dalla miseria e le donne e i bambini anche dagli stupri e dalle violenze personali.</p>
<p>Non pretendo che tutto questo sia nel bagaglio culturale di Salvini: è chiedere troppo. Ma dovrebbe esserlo in quello dei giornalisti di tutte le reti tv che fanno a gara per intervistarlo nelle loro trasmissioni-fotocopia e mai una volta gli ricordano come stanno veramente le cose e non lo apostrofino mai con i due epiteti che lo caratterizzano: fascista e xenofobo, ambedue condannati dalla nostra Costituzione.</p>
<p>Però siamo di fronte ad un&#8217;emergenza umanitaria di dimensioni epocali: i Governi  europei, dagli ex comunisti dell&#8217;est europeo alle sane democrazie francese, inglese e tedesca non riescono ad avere una visione dell&#8217;UE che sia un po&#8217; più decorosa di quella di uno strozzino. Se non ci si guadagna, la cosa non  interessa.</p>
<p>Di fronte alla cecità e all&#8217;ignobile egoismo, abbiamo il dovere di assumere una posizione chiara e netta di civiltà, anche se dobbiamo farlo da soli, come Italia: primo salvare le vite; secondo, indirizzare i flussi, perché essere la porta del Mediterraneo, come Grecia e Italia, non è una colpa, ma una oggettività storica; terzo, rimuovere i fattori negativi (guerre, bande criminali che controllano governi, sottosviluppo cronico, interessi imperiali e criptocolonialistici) che sono all&#8217;origine di questi incontrollati flussi migratori. Alcune cose possiamo e dobbiamo farle subito (assistere e salvare); altre dobbiamo &#8211; con calma e determinazione- imporle alle destre razziste e retrograde che governano o condizionano i governi in buona parte dei Paesi UE, o spiegarle alle sinistre silenti e complici (come i socialisti francesi o i socialdemocratici tedeschi), affinché facciano sentire la loro molto flebile voce; altre ancora, infine, coinvolgendo al massimo UE e ONU. Bisogna tessere alleanze e trovare punti di compromesso, ma la strada è una e una sola.</p>
<p>L&#8217;immigrazione ha i suoi risvolti positivi, non è solo disperazione e degrado. Badanti, camerieri, giardinieri, muratori, colf, braccianti agricoli (tralascio le prostitute, perché indegno: ma stiamo bene attenti a dove sono distribuite sul territorio nazionale, per capire chi sono i loro clienti) coprono vuoti nel mercato del lavoro dove l&#8217;offerta italiana è prossima allo zero. Non potremmo farne a meno, ormai. E qui bisogna favorire al massimo l&#8217;integrazione, per far sentire questi nostri concittadini parte della nostra comunità, dando loro la nazionalità e i diritti politici: in modo graduale, dopo un esame, dopo aver giurato sulla Costituzione, dopo cinque anni di scuola. Quello che vogliamo: ma bisogna disegnare un percorso di integrazione e farli uscire dallo squallido &#8216;nero&#8217; in cui li teniamo, economicamente e civilmente.</p>
<p>Tuttavia&#8230;Tuttavia, non ci si può limitare, come fa Papa Francesco, a predicare fratellanza e carità. Non basta ed è facile, seppure di una bassezza che gli è tipica, per Salvini rispondere. I cittadini non sono per definizione dei santi. Pagano le tasse(quelli che le pagano, anche se la Lega è il portabandiera del popolo evasore) e vogliono sicurezza, garanzie, città libere dal degrado. Il limite di tolleranza, nelle grandi e piccole città, è arrivato in zona pericolo. Il livello di vessazione cui sei sottoposto quotidianamente è inaccettabile: questuanti ai semafori, lavatori ossessivi di parabrezza, decine di rom attorno alle macchinette per i biglietti della metro, che arrivano fino a strapparti i soldi di mano, venditori ambulanti di ogni ordine grado (peraltro di merci contraffatte o pericolose), zone di città off limits, bande organizzate, bivacchi nelle stazioni ferroviarie e non solo, campi di accoglienza e campi rom. Sono problemi seri, di grandi dimensioni, diffusi nel territorio.</p>
<p>Queste situazioni vanno rimosse, presto e bene, perché il livello di razzismo sta crescendo giorno dopo giorno. Bisogna rimuovere le cause, ma anche gli effetti. Le città debbono tornare a livelli di decenza, il territorio va controllato, i cittadini vanno garantiti e rassicurati. Subito. Per gestire in modo democratico e solidale processi dolorosi, in alcuni casi anche inevitabilmente repressivi. Per non lasciare che siano altri  a farlo. Per scaricare le armi di odio e razzismo della destra leghista e di Casapound e far tacere l&#8217;urlatore Grillo.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Tre elezioni, una lezione</title>
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		<pubDate>Mon, 25 May 2015 14:52:32 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Le elezioni comunali in Trentino e in Valle d&#8217;Aosta, le regionali e comunali (parziali) in Spagna e l&#8217;elezione del Presidente della Repubblica in Polonia offrono, pur con tutti i limiti del caso, un terreno di ulteriore riflessione, che si era aperta con il voto nel Regno Unito, su sistemi elettorali, unità della sinistra, massimalismi ed estremismi.</p>
<p>Certo, le elezioni di quest&#8217;ultimo fine settimana non sono tra loro comparabili: in Italia si è votato nelle regioni di confine ad autonomia linguistica, con troppe specificità territoriali; in Spagna soltanto in una parte, seppur significativa, del territorio; in Polonia per eleggere una carica di alta rappresentatività, ma con limitati poteri. Non ci sono elementi omogenei, ma quello che interessa sono i segnali, che in tutti tre i casi sono preoccupanti per il destino dell&#8217;Europa ma anche per quel che può succedere in Italia.</p>
<p>Partiamo da casa nostra. Il centrosinistra riconferma la sua predominanza nei grandi capoluoghi: Aosta, Bolzano e Trento ( che tanto rappresentano in termini di popolazione e di territorio in queste Regioni) rimangono saldamente in mano ed il numero totale dei Comuni superiori governati dal csx è lo stesso delle precedenti elezioni (9). Unico neo Laives, dove la Lega la spunta per un pugno di voti, mentre Rovereto vede l&#8217;affermazione dei Verdi (per me va bene anche così). Si discute della scarsa affluenza, sotto il 50%. Per la Spagna, invece, essere stata prossima, ma sempre sotto al 50%, viene considerato un successo: Podemòs governerà Madrid e Barcellona avendo preso circa il 15% dei voti (sugli aventi diritto) e nessuno dirà nulla, perché questa è la democrazia rappresentativa, dove  chi non va a votare ha fatto una scelta e cioè quella di delegare ad altri la scelta di chi governerà. E si sottolinea come un successo la fine del sistema bipolare (una visione neo centrista, che porterà a fragili alleanze di governo). Anche in Polonia ha votato circa il 50% degli elettori, che hanno messo al vertice della Repubblica uno che viene definito ultraconservatore nazionalista, cioè &#8211; detto senza mezzi termini- un neofascista mascherato, che vuole portare Budapest a Varsavia (cioè i fascisti veri e propri al governo). Se si eccettua il Trentino, dove il risultato è segnato dal crollo senza precedenti della Sud Tirolen Volkpartei (SVP) alleato storico del centrosinistra, le altre due elezioni segnalano il fallimento totale delle socialdemocrazie, di vecchia data o appena costituitesi.</p>
<p>Il PSOE, come i laburisti inglesi, i socialisti francesi e i socialdemocratici tedeschi, non solo non riesce ad invertire la tendenza al declino e al minoritarismo rispetto al centrodestra ma lascia a casa gran parte dei suoi elettori. La crisi della socialdemocrazia europea è evidente: il PASOK non esiste più e l&#8217;alternativa è Syriza, che sta scherzando da troppo tempo col fuoco del ricatto &#8216;se usciamo noi dall&#8217;euro è un problema per tutti&#8217; (il problema sarebbe solamente per la Grecia e per i greci, visto che il 61% di loro ha detto chiaro e tondo che non vuole uscire dal sistema della moneta unica). In GB i laburisti sono ai minimi negli ultimi venti anni. In Germania la SPD è succube di un governo di chiara ispirazione di destra. Nel nord Europa le storiche socialdemocrazie, là dove ancora governano, hanno scelto l&#8217;isolazionismo. Nel blocco ex-comunista faticano e molto, e la destra estrema la fa da padrone.</p>
<p>È tempo che si apra un dibattito serio all&#8217;interno del PSE, perché le categorie su cui si regge sono state bruciate dal tempo: l&#8217;incapacità di aderire a nuovi paradigmi, di sviluppare nuove strategie, di reinventare valori di riferimento della sinistra del XXI secolo sta diventando un arma di autodistruzione letale. Bisogna cambiare e in fretta, perché l&#8217;alternativa è un&#8217;Europa dominata dalla destra più o meno radicale, da movimenti populisti che puntano solo a distruggere, senza uno straccio di visione generale, dall&#8217;antieuropeismo. Dovrebbero capirlo anche quelli delle minoranze del PD, ma non c&#8217;è ancora alcun segnale. Disgraziatamente.</p>
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		<title>La lezione inglese</title>
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		<pubDate>Fri, 08 May 2015 09:04:03 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>A spoglio quasi ultimato, le elezioni in Regno Unito ci offrono una serie di spunti di riflessione, validi soprattutto per valutare cosa stiamo facendo e dicendo a casa nostra, cioè in Italia e in Unione Europea su temi come legge elettorale,politiche del lavoro, strategie politiche, forza contrattuale rispetto ai falchi di Bruxelles. Vediamole, punto per punto.</p>
<p>1. David Cameron con circa il 35% dei voti espressi (quindi circa il 25% degli aventi diritto al voto) si prende il 51%  e rotti dei seggi parlamentari. Tra voti presi e seggi ottenuti c&#8217;è una differenza di quasi 17 punti percentuali, senza ballottaggio, con seggi vinti per uno scarto di 300, 500 o mille voti, in collegi di circa 100 mila votanti; in ogni collegio tutti gli eletti &#8211; sottolineo TUTTI- sono stati nominati dai rispettivi partiti. La preferenza è unica (se voti quel Partito voti quel candidato e basta). In Italia questo sistema elettorale sarebbe bollato come antidemocratico e la Camera dei Comuni stigmatizzata come un Parlamento di nominati. In più, considerando che la Camera dei Lord è veramente una rappresentanza di nominati, la mancanza dei contrappesi (come si usa dire oggi per ammantare di logica un vuoto politico e culturale di enormi dimensioni) la situazione britannica post elezioni 2015 verrebbe definita (senza alcun senso del ridicolo) di deriva  dittatoriale. Il problema è che non si sa se ridere per il pressappochismo o piangere per le miserie messe in mostra, soprattutto dalla minoranza della minoranza del PD.</p>
<p>2. Uno dei punti dirimenti della campagna elettorale del Labour Party è stato la lotta ai cosiddetti <em>zero-hours contracts</em>, che, tradotto in modo schematico ma con un buon grado di approssimazione, significa lavoro precario istituzionalizzato. Nella patria della <em>Common Law </em>ovviamente non esiste alcuna codifica normativa, ma viene applicato a circa un milione di lavoratori e il fenomeno è in costante crescita, soprattutto nei servizi (ma anche nell&#8217;ormai ridotto all&#8217;osso sistema industriale britannico). Gli zero-hours contract prevedono un massimo di 25 ore settimanali, senza garanzie di stabilità e senza alcun sostegno sociale (ferie, malattie, maternità, tanto per dirne alcune). E&#8217; stato uno degli strumenti che ha consentito di riassorbire almeno in parte la disoccupazione nel Regno Unito. Il Labour ha sposato la causa dell&#8217;abolizione senza mezzi termini, ignorando perfino una recente ricerca che dava risposte contrarie: oltre il 50% dei lavoratori a zero-hours contract riteneva utile questo strumento e, probabilmente, anche una larga maggioranza di chi è ancora disoccupato preferirebbe, al sussidio, un lavoro precario. Nessuno, ad eccezione della destra conservatrice,  sostiene che questi contratti  debbano essere istituzionalizzati: lo stesso Economist, che certo non può essere definito l&#8217;organo della sinistra, dichiara senza mezzi termini che sono una necessità congiunturale, per far uscire il Paese dalla crisi.</p>
<p>In Italia ci sono state barricate parlamentari, anche all&#8217;interno del PD,  e sindacali contro lo <em>Jobs Act </em>che va in senso contrario: trasformare il lavoro precario in lavoro a garanzie crescenti e in lavoro a tempo indeterminato. Nello stesso tempo si va parlando di reddito di cittadinanza: cioè sborsare pubblico denaro per chi sta fuori dal mercato del lavoro e fuori del mercato del lavoro continua a stare. Cioè assistere e non creare le condizioni per il lavoro. Le abolizioni secche non portano a niente: i processi, tutti i processi, richiedono di essere gestiti e non negati. Forse i laburisti inglesi impareranno qualcosa; non so la sinistra italiana.</p>
<p>3. Miliband ha resuscitato in questa campagna elettorale tutto l&#8217;armamentario del vecchio Labour, quello per intenderci controllato dalle Trade Unions e prima di Tony Blair. Ha posto al centro della sua campagna una tassa  sui patrimoni superiori a 2 milioni di sterline; ha ignorato, appiattendosi sulle posizioni dei Conservatori, le domande che vengono dalla Scozia (una volta, roccaforte rossa); ha posto la scelta tra lavoratori e padroni (con noi e contro di loro). Ha ignorato le domande e le aspettative della classe media, che nel Regno Unito, come in tutto il mondo occidentale, rappresenta circa due terzi dell&#8217;elettorato: il risultato è sotto gli occhi di tutti. Il Labour è tornato, in termini di seggi parlamentari, al 1987. La classe media non conservatrice che si identificava con  LibDem non si è sentita garantita dal Partito Laburista e Cameron ha avuto gioco facile a prosciugare  i Liberaldemocratici, ridotti al lumicino (6 deputati, una cinquantina di meno rispetto alle precedenti elezioni). Sull&#8217;altro fronte lo <em>Scottish National Party</em> (che ha dichiarato fin dall&#8217;inizio di voler formare un governo di coalizione con il Labour, ma Miliband ha sdegnosamente rifiutato l&#8217;offerta!) ha nullificato la presenza laburista, che si riduce a 1 seggio, contro i precedenti 41. La stessa destra xenofoba e fascistoide che si ricosceva nell&#8217;UKIP (che riesce a eleggere un solo deputato) alla fine ha scelto il cavallo vincente (Cameron), mentre come al solito, in un Paese il cui sistema elettorale non ammette frazionamenti, la sinistra (Verdi, Socialisti ecc.) ha visto bene di recitare la solita, inutile, azione di testimonianza. Facendo vincere Cameron. I flussi elettorali sono, ovviamente, più complessi, ma la struttura portante è questa.</p>
<p>4. Il fronte della sinistra europea è sempre più debole: le socialdemocrazie inglesi, francesi, spagnole e tedesche non riescono più a vincere e , soprattutto, sono in costante regresso. Il loro peso, politico anche se non parlamentare, a Bruxelles è sempre meno determinante e il centrodestra europeo esce ulteriormente rafforzato da queste lezioni britanniche. Sarebbe utile a tutti una seria riflessione in seno al Partito dei Socialisti e Democratici europei, prima che sia troppo tardi e prima, soprattutto, che la crisi socialdemocratica e dell&#8217;intera sinistra europea sia irreversibile.</p>
<p>5. Ed Miliband si è dimesso. In ogni paese civile chi perde se ne va, assumendo su di sé le responsabilità della sconfitta, e non cerca di fare a tutti i costi un governo o tenta di far eleggere un Presidente della Repubblica. Chi perde lascia il posto a chi ha una proposta alternativa all&#8217;interno del suo Partito. Si adegua alle decisioni della maggioranza, fa politica contro l&#8217;avversa parte politica e non in modo sistematico contro il proprio Segretario, per di più anche Presidente del Consiglio. Preparandosi a dare battaglia al prossimo Congresso. Ma questo in un Paese civile, in Italia no.</p>
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		<title>NoExpo SìExpo</title>
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		<pubDate>Sat, 02 May 2015 09:52:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Lo scempio di Milano ad opera dei cosiddetti black bloc (occorre sottolineare, nel silenzio degli altrettanto cosiddetti &#8216;pacifici manifestanti&#8217;) ha posto sul tavolo la necessità di prendere una posizione, a chi ovviamente ama prendere posizione e non restare nella penombra delle&#160;&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Lo scempio di Milano ad opera dei cosiddetti <em>black bloc</em> (occorre sottolineare, nel silenzio degli altrettanto cosiddetti &#8216;pacifici manifestanti&#8217;) ha posto sul tavolo la necessità di prendere una posizione, a chi ovviamente ama prendere posizione e non restare nella penombra delle idee degli altri, magari mandando solo qualche insulto sui <em>social network, </em>così, tanto per illudersi di essersi puliti la coscienza.</p>
<p>Sui risultati ignobili della manifestazione di Milano c&#8217;è poco da dire: le immagini e i fatti parlano da soli, e lo stuolo di sdegnate condanne &#8211; compresa la mia- è talmente grande che viene da pensare che gli unici NoExpo fossero quelli in piazza ieri. Ma non è vero: il mondo anti Esposizione Universale è molto variegato, spesso silente, a volte con scarse informazioni. Se dovessimo giudicare l&#8217;Expo di Milano sulla base di alcuni progetti urbanistici (attenzione però: esterni all&#8217;Esposizione in sé) e sullo scandalo degli appalti truccati, delle tangenti e della corruzione, altro che NoExpo! Verrebbe da dire NoMilano, perché poi le mani sporche ciclicamente ce le ritroviamo lì. Ma sarebbe ingiusto e troppo parziale.</p>
<p>Quindi, ragionare pacatamente sull&#8217;Esposizione Universale richiede prima di tutto la capacità di liberarsi da preconcetti ideologici e talmente macro da essere evanescenti (l&#8217;Expo è una modalità del capitalismo e dell&#8217;imperialismo mondiali)   e quella di separare il grano (l&#8217;opportunità che Expo 2015 concede a tutti di riflettere su potenzialità e limiti dello sviluppo, anche alimentare) dal loglio (le nefandezze di chi &#8211; alcuni, non tutti, per fortuna- ha gestito l&#8217;edificazione dello spazio espositivo, con annessi e connessi). Lo ha capito &#8211; e non c&#8217;erano dubbi che fosse così- molto il bene il Papa, che ha esortato a cogliere l&#8217;opportunità Expo per globalizzare la solidarietà.</p>
<p>Come tutti sappiamo l&#8217;Esposizione Universale nasce a metà del XIX secolo sulla base di idee positivistiche, che volevano dare uno spazio di visione e condivisione al progresso che si affermava nei Paesi occidentali: il progresso tecnico e le scoperte scientifiche garantivano a tutti il miglioramento delle condizioni di vita e favorivano le integrazioni tra i popoli. Detto in soldoni, ma più o meno era così. Ci ha pensato il XX secolo a mettere una pietra tombale su queste idee, con guerre disumane, rivoluzioni, olocausti, fascismi, comunismi, rivolte, lotte di liberazione, crisi economiche di dimensioni gigantesche. Tuttavia, l&#8217;Expo è andata avanti, tra <em>stop and go, </em>tanto che quella di Roma del 1942 non si è- ovviamente- tenuta, ma ci ha lasciato un bel quartiere, l&#8217;EUR appunto.</p>
<p>Un&#8217; Expo è un enorme sforzo organizzativo finalizzato, oggi, a mettere assieme il maggior numero di Paesi che portano il loro contributo ad un tema specifico (Aichi fu la saggezza della natura, Shanghai la qualità della vita urbana, Milano è nutrire il pianeta e l&#8217;energia della vita). Temi radicali per far crescere a livello mondiale la consapevolezza e la coscienza della necessità di uno sviluppo sostenibile, per noi, i nostri figli e i nostri nipoti.</p>
<p>Si dice: Expo è una manifestazione commerciale e una <em>kermesse. </em>La prima è un&#8217;affermazione priva di fondamento: in un&#8217;Expo si vende tutt&#8217;al più il magiare e i gadgets. Le aziende che concorrono ai padiglioni nazionali sono semplici sponsor e non vendono proprio niente: c&#8217;è un sistema mondiale di fiere commerciali specializzate che dànno maggiori ritorni, cui le aziende partecipano, peraltro a proprie spese. La seconda è un male inevitabile (se di male si tratta): qualsiasi manifestazione che dura sei mesi e richiama milioni e milioni di visitatori è una <em>kermesse</em>.</p>
<p>Posso dire quello che ho visto e capito io di un Expo, sulla base dell&#8217;esperienza di aver partecipato attivamente alla realizzazione del Padiglione Italia e dei punti di ristorazione italiana all&#8217;interno di Aichi 2005. Un lavoro gigantesco, cominciato anni prima, per acquisire spazi, sponsor, Enti Locali, progetti, prodotti. Lo scopo: offrire l&#8217;immagine dell&#8217;Italia,con le sue proposte progettuali, la sua capacità di fare, le sue eccellenze misurate sul tema specifico dell&#8217;evento.</p>
<p>Il Padiglione Italia e il sistema di punti ristoro italiani sono stati, ad Aichi, i più visitati, dopo, ovviamente, il Padiglione del Giappone: più di tre milioni di visitatori. Fuori dei ristoranti italiani ci sono state , perennemente, file di tre-quattrocento persone. Il ritorno di immagine dell&#8217;Italia è stato eccezionale: decine e decine di servizi giornalistici e televisivi sulla stampa e sui media giapponesi. Con un ritorno economico, sia sul lato del turismo che commerciale, molto significativo, a beneficio di centinaia di aziende e migliaia di lavoratori italiani.</p>
<p>Si dice, e poi chiudo, che però a Milano sulla nutrizione del pianeta ci sono le multinazionali del <em>food,</em> spesso <em>fast </em>non di rado <em>junk.  </em>Ma&#8230;</p>
<p>Ho scritto queste note su un computer prodotto da una multinazionale, su un sistema operativo inventato e diffuso da un&#8217;altra multinazionale, lo trasmetterò per via informatica attraverso i servizi di un&#8217;altra multinazionale e lo pubblicherò su <em>social </em>ideati e gestiti da altre multinazionali.</p>
<p>O forse è meglio la penna d&#8217;oca e il piccione viaggiatore?</p>
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		<title>Assunzioni di responsabilità</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Apr 2015 13:22:21 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;approvazione della nuova legge elettorale sarà un passaggio dirimente di questa Legislatura, un banco di prova della politica e dei partiti per poter dimostrare agli italiani che sono ancora in grado di recepire le domande che vengono dal Paese, la resa dei conti finali all&#8217;interno del PD. Proprio quest&#8217;ultimo punto riveste importanza capitale, perché se non ci fossero i vari fronti aperti dalle frammentate opposizioni interne al partito del Presidente del Consiglio, il percorso dell&#8217;Italicum sarebbe veloce e il risultato scontato. Le opposizioni parlamentari, infatti, sono più o meno ininfluenti: la Lega e il M5S sono contro, a prescindere, e interessati unicamente alla politica dello sfascio, dell&#8217;aggressione verbale e del populismo più becero; Forza Italia e l&#8217;intero centrodestra sono impegnati in una furiosa resa dei conti interna, tanto che Berlusconi, per interessi di bottega,  ha disconosciuto le stesse riforme che aveva concordato nell&#8217;ambito del cosiddetto patto del Nazareno. Gli altri contano meno di zero.</p>
<p>A tenere banco, quindi, rimangono i deputati e i senatori del PD che, eletti prima della Segreteria di Matteo Renzi, in parte &#8211; minoritaria, ma tuttavia cospicua- sono contro l&#8217;attuale Segretario-Premier, su diverse questioni, tra cui la legge elettorale. L&#8217;Italia è dalla proclamazione della Repubblica che è in cerca della &#8216;giusta&#8217; legge elettorale: quello che è chiaro a chiunque è che le varie leggi che si sono succedute non hanno mai &#8211; e questo mai va sottolineato più volte- garantito la governabilità e la durata delle legislature. Fosse solo questo il problema, l&#8217;approvazione dell&#8217;Italicum andrebbe fatta in cinque minuti, senza discusssioni.</p>
<p>Persone di apparente equilibrio politico, come Bersani, hanno agitato lo spettro di tendenze autoritarie, di violazione degli equilibri costituzionali, di futuri bui e perniciosi per la democrazia in Italia. Al di là degli scenari cupi (ho difficoltà a credere che le opposizioni interne al PD facciano un paragone tra l&#8217;Italicum e la  Legge Truffa, tra gli anni &#8217;50 &#8211; quando l&#8217;Italia non era ancora stata ammessa all&#8217;ONU, avevamo le truppe alleate che occupavano parte del nostro territorio e gran parte della Germania; la Guerra di Corea era appena trascorsa; quando era in corso un violento  e sistematico attacco ai diritti fondamentali; non esisteva l&#8217;Unione Europea e nemmeno la CEE, se è per questo- e l&#8217;Italia del 2015: non sarebbe neanche schematismo storico, ma semplicemente ideologia vuota e di bassa lega) bisogna capire che cosa realmente l&#8217;Italicum porta con sé.</p>
<p>I punti cardine della nuova legge sono quattro:</p>
<p>1. per vincere le elezioni non servono più le coalizioni ( per capirci quelle accozzaglie fragili e a tempo determinato che hanno caratterizzato gli ultimi 25 anni della nostra storia: dall&#8217;Ulivo (nobile idea) all&#8217;Unione (pessima esperienza), per non parlare dei Progressisti ( a sinistra); da Forza Italia al Popolo delle Libertà, passando per le alleanze asimmetriche tra FI e AN al sud, e FI e Lega , al nord. Si vince come partiti o movimenti e non come cartelli elettorali: vi pare poco? Vi pare poco non dover più contare su Bertinotti, Ferrero e compagnia cantante; o capire se Mastella e Dini stanno nel centrodestra o nel centrosinistra? A me sembra molto.</p>
<p>2. Formazione delle liste: 100 capilista in 100 collegi. I capilista vengono scelti dai partiti. Con l&#8217;ultima legge tutti quelli che sono in parlamento sono stati scelti dai partiti, compresi gli &#8216;oppositori&#8217; del PD. Personalmente &#8211; ma una volta , se non sbaglio, questa era anche l&#8217;idea della sinistra italiana- sono per i collegi uninominali, con o senza doppio turno. Così è in Francia, in Gran Bretagna, negli USA e in Giappone. Tutti, e questo tutti a sua volta va sottolineato più volte, i candidati di collegio, in questi Paesi e in questa forma di processo elettorale, vengono scelti dai partiti. In Gran Bretagna, negli USA, in Francia parliamo di derive autoritarie, di minaccia alla democrazia? Nessuno si azzarda, per non essere ricoperto di ridicolo. Mettere a capo collegio uomini scelti dal Partito (magari con le primarie) significa garantire la crescita di una classe politica di governanti del Partito: è questo contro la democrazia? O è un problema di posti? Non voglio pensarlo, ma l&#8217;insistenza fa nascere più di un sospetto. Oltre ai capilista, che l&#8217;elettore sceglie votando la scheda di quel partito, si possono esprimere solo e unicamente due preferenze, con alternanza di genere (un candidato e una candidata): se non si scelgono tutti e due, la preferenza non vale. Personalmente sono contro le preferenze, perché favoriscono il voto di scambio e i peggiori inquinamenti nei territori ove forte è la presenza delle varie mafie. Proprio per questo al referendum ho votato per l&#8217;abolizione delle preferenze, come credo tutti quelli che ora sbraitano nelle opposizioni del PD. Ma aver introdotto il limite (due) con l&#8217;obbligo della scelta di genere non solo è accettabile, ma un gigantesco passo avanti per garantire maggiore presenza femminile in Parlamento. A me sembra molto. A voi?</p>
<p>3. Doppio turno se nessun partito raggiunge il 40% dei voti validi. Chi vince , al primo o al secondo turno, guadagna il premio di maggioranza: finalmente abbiamo la certezza che dopo le elezioni ci sarà un governo che dura 5 anni. Se farà bene, lo rivoteremo; sennò, lo manderemo a casa. Vi pare poco? A me sembra moltissimo.</p>
<p>4.Per entrare in Parlamento, come partito, bisogna superare la soglia del 3%. Quindi, tutti o quasi, entrano in Parlamento. Personalmente ritengo che la soglia sia troppo bassa e troppo all&#8217;italiana: il 5% sarebbe stato di gran lunga meglio. Ma va bene così.</p>
<p>E&#8217; la migliore legge elettorale che si può fare? Certamente no, perché tutto è perfettibile: ma attaccarsi a ogni virgola per non cambiare non solo è politicamente sbagliato, ma anche sospetto.</p>
<p>Le minoranze del PD, certificate in modo chiaro e lampante dalle primarie e dal Congresso, dopo aver tentato di logorare in tutti i modi il Governo presieduto dal loro Segretario per oltre un anno, ora si trovano all&#8217;ultima spiaggia: affossare la legge elettorale, far cadere il governo, riaprire i giochi. E tutto questo a un mese dalle elezioni regionali. Una (ir)responabilità senza limiti.</p>
<p>Sono ottimista e spero che persone attente e intelligenti  come Bersani, Cuperlo, Rosy Bindi e Fassina non commettano questo errore madornale: la pagherebbero cara, perché il loro popolo non capirebbe (a meno che non si voglia inseguire il 2% di Landini) e, soprattutto, non capirebbero gli italiani, tutti. Me compreso.</p>
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		<title>Le difficoltà del cambiamento</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Feb 2015 11:51:58 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Italia e l&#8217;Europa si trovano, in queste convulse e singhiozzanti fasi finali della crisi economica che ha messo in ginocchio il mondo intero dalla fine del 2008, ad attraversare un immenso guado, dalle acque basse ma limacciose e apparentemente senza fine: l&#8217;attraversamento è ancora lento, faticoso, incerto. La mitica luce in fondo al tunnel non è uguale per tutti e non sempre brilla della stessa intensità: ma , a meno di un altro shock grave e irreversibile (un nuovo fronte di guerra, il crack di qualche banca di peso mondiale, una catastrofe naturale di dimensioni apocalittiche), la fine della crisi o almeno il superamento di quasi tutti i peggiori mali sembrano vicini, prossimi. A metà 2015 potremo, facendo tutti gli scongiuri del caso, brindare , seppure con moderazione. E&#8217; di oggi la notizia, dopo i dati confortanti sull&#8217;andamento del PIL e sulla produzione e l&#8217;occupazione, che l&#8217;indice della  fiducia dei consumatori è arrivato, secondo l&#8217;ISTAT, a 110,9, il punto più alto dal 2002, cioè 13 anni fa. Non è male.</p>
<p>Come tutte le crisi quella che ancora stiamo vivendo ha imposto a tutti l&#8217;imperativo di compiere delle scelte: il guado si attraversa solo e unicamente se si ha o se si è avuto il coraggio di cambiare, di riconoscere gli errori, di mettere in movimento nuovi processi, lasciandosi magari alle spalle convinzioni e schemi consolidati, tutto ciò che per molto tempo è stato un punto di riferimento e una sicurezza. Tutti abbiamo una coperta di Linus, cui non possiamo rinunciare. Anche i Governi, la politica, le grandi nazioni. Coperte morbide e collettive, per questo ancor più difficile è lasciarle per imboccare nuove strade.</p>
<p>L&#8217;Unione Europea è soffocata dalle tante coperte in cui si avvoltola, in cerca di sicurezza: alcune nazionali, altre unitarie; alcune ancora valide, altre superate già da tempo dal cammino della Storia; alcune logore ma logiche, altre logore ma assolutamente irrazionali.</p>
<p>Siamo in questa fase di stagnazione e deflazione perché la Destra tedesca (ma non solo) è ancora ossessionata dalla Repubblica di Weimar e dall&#8217;iperinflazione, dimenticando o fingendo di dimenticare che in mezzo ci sono la Seconda Guerra, Bretton Woods, la Corea, la CEE, il Vietnam, l&#8217;abolizione dell&#8217;apartheid in America e poi in Sud Africa, la penicillina, la conquista dello spazio, i computer e internet, la caduta del Muro di Berlino. E mi fermo qui. Ma l&#8217;inflazione sopra il due per cento a Monaco, Berlino e a Francoforte mette paura, anche se i nazismi o i nuovi fascismi che girano per l&#8217;Europa, oggi, non sono figli dell&#8217;inflazione, bensì della crisi e dell&#8217;austerità. Una coperta logora e irrazionale, con cui però dobbiamo fare i conti tutti e non solo Tsipras, perché è in mano alla Germania.</p>
<p>Le socialdemocrazie europee e le sinistre radicali , con accenti diversi ma fondamentalmente sulla stessa lunghezza d&#8217;onda, non vogliono lasciare la coperta del welfare: giustamente, direi, ma i costi e i prezzi &#8211; se non si aggiustano un po&#8217; di storture strutturali- non si possono più sostenere. Una coperta logora, ma ancora valida, a certe condizioni.</p>
<p>In Italia siamo aggrappati a decine di coperte di Linus: da Maastricht in poi i processi di liberalizzazione hanno messo a nudo i limiti strutturali dello sviluppo economico italiano, del capitalismo, furbetto e dal fiato corto,  delle Partecipazioni Statali e delle piccole imprese. A noi, anello debole dell&#8217;alleanza atlantica, con in casa il più grande partito comunista dell&#8217;Occidente e ai confini con i nemici della guerra fredda, ci è stato concesso di tutto: stampare senza limiti moneta, aumentare a dismisura il debito pubblico, svalutare a ciclo continuo la lira, per recuperare sul prezzo le inefficienze di un sistema economico asfittico, malato di nanismo, distorto dalla corruzione. Ma questa grande coperta della Guerra Fredda e del mondo diviso in blocchi non c&#8217;è più: l&#8217;UE che abbiamo contribuito a costruire è un&#8217;Europa a libera circolazione di capitali, persone  e merci. Il libero mercato, insomma, nei limiti del possibile.</p>
<p>Abbiamo urgentissimo bisogno di cambiare, prima che nei fatti,nelle nostre menti. Abbiamo bisogno di mettere sotto la lente d&#8217;ingrandimento di una critica serena ma serrata centinaia di convinzioni; dobbiamo ridefinire le  categorie e risintonizzare la strumentazione di analisi al mondo che cambia o che è cambiato alla velocità della luce negli ultimi  venticinque anni (elenco solo alcuni cambiamenti: crollo dell&#8217;Unione Sovietica e del blocco comunista; diffusione di massa di internet e della telefonia cellulare; Cina primo paese al mondo per PIL; globalizzazione economico-finanziaria; introduzione euro; crisi 2008-09. Per avere cambiamenti di pari portata, prima, ci erano voluti 100-150 anni). La fase che attraversiamo, cominciata nei primi anni &#8217;90, e che probabilmente arriverà alla conclusione, almeno del primo ciclo, quando saremo usciti da questa crisi, quindi più o meno un paio di anni ancora, è una fase <em>epocale</em>. Epocale nel senso che il mondo sarà alla fine completamente diverso da quello che, fatte le dovute differenze dovute al naturale sviluppo, abbiamo conosciuto negli ultimi due secoli.</p>
<p>Cambiare si deve, quindi, per evitare che i processi ci scappino di mano e si sviluppino senza di noi o, peggio, contro di noi. Ma cambiare è difficile, perché impone di mettere in discussione quello che eravamo,  esige che  ri-valutiamo le idee con cui siamo cresciuti,  richiede di schierarsi e di farsi carico anche degli inevitabili errori, perché &#8211; come è noto- solo chi non fa non falla.</p>
<p>L&#8217;Italia convulsa e contraddittoria degli tre anni, dalla caduta del governo Berlusconi ad oggi, è un Paese che si dibatte in molte, a volte angosciose, antinomie: esigenza di cambiamento di alcune leggi fondamentali (inclusa la più fondamentale di tutte, la Costituzione), per rimettere in moto una società bloccata a quasi tutti i livelli. Economico, dopo lo schianto del 2009, con seri segnali di deinustrializzazione permanente e la disoccupazione a livelli mai raggiunti prima; istituzionale, con la necessità di ridisegnare l&#8217;intero impianto  sia centrale che territoriale, per uscire dal pantano di un sistema che non garantisce la governabilità dei processi; politico, per eliminare la montagna di fango che una classe di amministratori, non di rado incompetenti e spesso anche corrotti, ha gettato su tutto il sistema.</p>
<p>Tutti sono d&#8217;accordo, o quasi, perché c&#8217;è chi si limita, ancora oggi, solo alla denuncia senza offrire alternative, credibili o viabili.</p>
<p>Tuttavia, al momento opportuno distinguo, mal di pancia, posizioni acquisite da difendere, ideologia, interessi di partito o, peggio, di corrente, antipatie personali e tutto quello che concorre alla creazione di ostacoli e veti, emerge nella sua plastica evidenza.</p>
<p>E&#8217; il caso emblematico dei due ultimi provvedimenti del governo Renzi: il cosiddetto Jobs Act, cioè una legge sul lavoro, e la nuova normativa sulla responsabilità civile dei magistrati. Sul secondo provvedimento  l&#8217;atteggiamento dei magistrati è stato ondivago, con posizioni differenti tra le varie correnti politiche, ma con un sostanziale rifiuto, perché ritenuto lesivo dell&#8217;autonomia e della libertà delle toghe, rosse o nere che siano.E, apparentemente,  senza confronti muro contro muro: per vedere quale saranno gli effetti occorre almeno un anno. Niente sciopero, per evitare le (giustamente) inevitabili critiche di corporativismo, ma attacco frontale alla legge, con un fuoco di sbarramento giornaliero e ad ampio spettro.</p>
<p>Più drammatico, almeno nelle forme, il confronto sul Jobs Act.  Governo e  maggioranza del PD si trovano contro un arco di forze, minoritarie ma molto articolate, che vanno dalla CGIL alle minoranze del PD, che &#8211; va detto- non vanno oltre il 20% del Partito, dalle opposizioni della destra (FI e la Lega, dando per scontata l&#8217;opposizione &#8216; a prescindere&#8217; del M5S) a SEL. E&#8217; stato detto di tutto: neoliberismo, tachtcherismo, deriva autoritaria e via di questo passo. Del simulacro oggi esistente dell&#8217;articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori è stato fatto un totem inviolabile. Gran parte (graziaddio non tutti) degli ex comunisti del PD, che non sembra si renda conto dei contesti in cui certi cambiamenti diventano una necessità, mette sotto accusa giorno dopo giorno, ormai da mesi, il Segretario del Partito nonché Presidente del Consiglio. In questa opera demolitoria e plasticamente conservatrice, si mette in mostra quotidianamente l&#8217;on. Fassina, che trova sempre un nuovo pretesto per un nuovo fronte di polemica. Dimenticando sistematicamente due cose: la prima, che il Congresso è finito da un pezzo e le sue tesi ne sono uscite sconfitte, senza se e senza ma; la seconda, che in un partito , democratico e di massa, ci si sta a certe condizioni &#8211; dopo discussioni, votazioni, divisioni &#8211; in modo unitario: poi alla fine tutti si devono far portatori della linea vincente.</p>
<p>Ma cambiare è un atto difficile: molto più facile adagiarsi su vecchi slogan, vecchie consuetudini, vecchi schemi. Dal vecchio non vengono mai sorprese, ma, ahinoi, neanche cambiamenti.</p>
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		<title>Ultima fermata Minsk</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Feb 2015 23:07:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Quello che uscirà fuori dal vertice di Minsk sarà di capitale importanza per il futuro dell&#8217;Ucraìna, della Federazione Russa e dell&#8217;Unione Europea. Le conseguenze di decisioni monche o inadeguate possono essere terribili, perché sappiamo da dove si comincia ma non&#160;&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Quello che uscirà fuori dal vertice di Minsk sarà di capitale importanza per il futuro dell&#8217;Ucraìna, della Federazione Russa e dell&#8217;Unione Europea. Le conseguenze di decisioni monche o inadeguate possono essere terribili, perché sappiamo da dove si comincia ma non dove si andrà a finire.</p>
<p>Non sono un esperto, ma ho vissuto e lavorato a Mosca e Kiev per diversi anni: provo a sviluppare qualche riflessione.</p>
<p>La grande via centrale che attraversa Minsk arriva da Mosca e porta in Polonia, a quel confine di Brest dove Trotzky firmò la fine della guerra della nascente Unione Sovietica, nel 1918. Amici e conoscenti bielorussi mi raccontavano accorati, qualche anno fa, dello stato di degrado e morte che quelle regioni di confine con l&#8217;Ucraìna vivono dopo il disastro di Chernobil del 1986: le falde contaminate dalle radiazioni di uranio hanno mietuto vittime su vittime, in gran parte bambini.</p>
<p>Russia e quella che dai primi anni &#8217;90 chiamiamo Ucraìna hanno avuto rapporti intensi, contrastanti e spesso violenti, in un arco di tempo di più di mille anni. Ricostruire passo passo tutto il percorso è fuori discussione. Sottolineare alcuni passaggi forse è utile, per capire oggi quali sono i sentimenti, oltre agli interessi di bottega, di chi siederà al tavolo per tentare di trovare una via d&#8217;uscita alla crisi sempre più macchiata dal sangue di troppi innocenti.</p>
<p>Ne segnalo tre, per comodità e sintesi.</p>
<p>Il primo è un ancoraggio storico, che serve a mettere a fuoco una dimensione del problema: il termine Rus appare per la prima volta in documenti ufficiali attorno all&#8217;anno mille, a Kiev. Si dice spesso  ( o almeno si era soliti dire) che Kiev è stata la prima città russa, certo prima di Mosca, senza dubbio prima di Pietroburgo. Mi piace ricordare, per l&#8217;amore che porto alla letteratura russa, che uno dei maggiori scrittori russi del secolo scorso, Bulgakov, l&#8217;autore de <em>Il maestro e Margherita </em>e di <em>Cuore di cane</em>, era nato a Kiev ma  ha scritto i suoi capolavori nel cuore di Mosca.</p>
<p>Il secondo è la controversa e terribile annessione all&#8217;Unione Sovietica (avvenuta a tappe dolorose, decisa a tavolino, brandello dopo brandello) dell&#8217;Ucraìna. Al centro di Kiev c&#8217;è un monumento che ricorda lo sterminio perpetrato dallo stalinismo di milioni di ucraìni negli anni &#8217;30, quando la follia del primo piano quinquennale non conosceva limiti, logici e umani. La collettivizzazione forzata ha causato la morte per fame stenti e repressione di milioni di persone. Questo sterminio ha un nome: holomodor.</p>
<p>Il terzo è il disastro di Chernobil: una centrale nucleare a bassa tecnologia e pensata più a fini bellici che per lo sviluppo del Paese, la cui esplosione ha causato una tragedia di dimensioni epocali. Le conseguenze sono ancora tutte da valutare, ma un dato è certo: Chernobil ha segnato l&#8217;inizio del processo irreversibile del crollo dell&#8217;URSS e del cosiddetto socialismo realizzato.</p>
<p>Chi frequentava  la Kiev del 2011 e 2012 capiva benissimo che qualcosa di grave e di irreversibile sarebbe successo: ogni giorno le strade attorno al Parlamento e al palazzo del governo erano occupate &#8211; a volte da poche centinaia, altre da migliaia- da manifestanti contro qualcuno e contro qualcosa. La via principale di Kiev era un presidio permanente, giorno e notte, per la Tymoshenko.</p>
<p>Solo un cieco, un sordo o, peggio, uno in cattiva fede non poteva capire che prima o poi ci sarebbe stata l&#8217;esplosione. E così è stato.</p>
<p>Le manifestazioni che sfociano in cambiamenti radicali e nel sangue hanno spesso in sé elementi contraddittori, risvolti inquietanti.</p>
<p>Vivevo a Pechino nel 1989 e quella che viene chiamata la rivolta degli studenti e di piazza Tienanmen è stata qualcosa di molto complesso e di difficile lettura. Su quella piazza ci ho passato decine e decine di sere, tra aprile e giugno &#8217;89 : studenti, sì, molti; ma anche operai e gente comune, e molti molti personaggi indefinibili: ciascuno con i suoi slogan e i suoi obiettivi, spesso in contrasto o apertamente antitetici. Ho vissuto la notte della repressione e degli scontri sanguinosi, con centinaia o migliaia di morti: degli insorti, ma anche dei militari. Ho vissuto la conseguente legge marziale.</p>
<p>La Cina che ne è uscita è uno dei Paesi più illiberali e repressivi della storia dell&#8217;umanità. E in ogni caso non migliore di prima. In Russia c&#8217;è un tentativo di democrazia rappresentativa, di faticosa libertà di stampa, di militante libertà d&#8217;opinione. In Cina nulla di tutto questo: ma l&#8217;Occidente è in ginocchio di fronte ai soldi, che non puzzano, dei Signori di Pechino. Investimenti, acquisti di quote consistenti di debito, potenziale mercato di consumo (molto potenziale, in realtà): della Cina nessuno si lamenta, anzi viene sempre descritta come una &#8216;opportunità&#8217;. Alla faccia della democrazia e dei diritti umani.</p>
<p>La Russia, con la sua balbettante democrazia autoritaria, è avanti decenni rispetto alla Cina: ma l&#8217;Orso russo è sempre cattivo e bolscevico.</p>
<p>Così a Kiev è sceso in piazza il popolo, ma poi alla fine lo scontro lo ha gestito la destra fascista e militarizzata, più o meno eterodiretta.</p>
<p>L&#8217;equilibrio si è rotto e tutto quello che è seguito dopo è la conseguenza della conseguenza.</p>
<p>L&#8217;Ucraìna è un Paese indipendente, la cui integrità territoriale non può essere messa in discussione; ma in Ucraìna vivono almeno 25 milioni di russi, i cui diritti non possono essere calpestati, come si è lasciato che succedesse nei Paesi Baltici.</p>
<p>La soluzione militare è senza prospettive; quelle delle sanzioni e della guerra fredda appartengono ad una logica e ad un epoca che non vogliamo più vedere; il nazionalismo panrusso è senza senso e fuori della storia. Un fatto è certo: l&#8217;Ucraìna è un affare degli Europei: degli europei della UE, di quelli ucraìni e di quelli russi. Tutti gli altri debbono starne fuori. Speriamo che a Minsk vinca la ragione. Per tutti.</p>
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		<title>A mente fredda</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Feb 2015 12:15:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il dodicesimo Presidente della Repubblica Italiana è stato eletto, e tutti adesso si sperticano a dire che non si poteva non votare. Civati, al massimo dell&#8217;amenità, ha detto in una intervista televisiva che Mattarella è un nome segnalato dalle (cosiddette)&#160;&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il dodicesimo Presidente della Repubblica Italiana è stato eletto, e tutti adesso si sperticano a dire che non si poteva non votare. Civati, al massimo dell&#8217;amenità, ha detto in una intervista televisiva che Mattarella è un nome segnalato dalle (cosiddette) sinistre del PD. Non c&#8217;è limite a nulla, neanche alla vergogna. Neanche ai grossolani errori, compiuti da tutti, meno che da Renzi e dal suo PD.</p>
<p>L&#8217;errore madornale di Alfano, membro autorevole del governo il cui Presidente del Consiglio indica Mattarella come candidato: lui, Alfano, Ministro degli Interni che dice no, io questo nome non lo voto. La logica avrebbe voluto che assieme e contestualmente Alfano avesse annunciato l&#8217;uscita dalla coalizione di governo e la presentazione delle dimissioni da ministro. Ma niente di tutto questo: dietrofront, si vota Mattarella, a rischio di esplosione del NCD.</p>
<p>L&#8217;errore fatale di Berlusconi, che &#8211; come sempre peraltro- per interessi di bottega (i conti Mediaset) oscilla tra esco dall&#8217;aula, scheda bianca e telegrammi di scuse anticipate. Penoso: ormai il centro destra è oltre lo sbando. Rimane solo come gruppo di interessi: di Berlusconi, per i suoi affari privati,degli altri perché se chiude questa legislatura non sanno dove andare e cosa fare nella vita.</p>
<p>L&#8217;errore stupido dei poveri grillini, in mano a un egocentrico affetto da protagonismo, che stanno lì a votarsi addosso, in attesa che un altro gruppo di senatori e deputati se ne vada o venga espulso.</p>
<p>Oggi tutti plaudono al grande genio politico di Renzi: PD unito ( ma adesso ci penserà l&#8217;incredibile Bersani a complicare da capo le cose), candidato stravincente (e di qualità), centrodestra e Grillo alla deriva.</p>
<p>Bisogna tornare a venerdì, quando tutti i commentatori tv delle maratone sulle presidenziali stavano a massacrarsi il cervello ( e a noi i marroni) sul caso del secolo: e se alla quarta Mattarella non viene eletto? Quando lo sapevano anche i bambini dell&#8217;asilo di mia nipote che sarebbe stato eletto con oltre 600 voti. Ma questa è l&#8217;Italia e questi sono i nostri giornalisti: purtroppo non ci potrà far nulla neanche il nuovo Presidente.</p>
<p>Segnalo, in chiusura, che l&#8217;on . Meloni, deputata e segretario di partito, grande elettore alle presidenziali, non è stata in grado- richiesta- di dire i nomi degli 11 Presidenti che hanno preceduto Mattarella; e che un deputato del M5S, anche lui richiesto, non ha saputo spiegare cos&#8217;è il semestre bianco.</p>
<p>Di fronte a questo squallore, Civati Cuperlo Fassina, spalleggiati da Bersani,ricominceranno la solita moina.</p>
<p>A volte sembra che non ci sia proprio speranza.</p>
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		<title>Governo di sinistra-destra</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jan 2015 22:43:55 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Tsipras ha predisposto in quattro e quattr&#8217;otto il suo governo che tratterà con l&#8217;Unione Europea, rinegozierà il debito con la Banca Mondiale, smantellerà l&#8217;austerità in Grecia. O, almeno, tenterà di farlo, per dare una risposta a chi l&#8217;ha votato per questo. Bisogna ricordare che Tsipras ha preso poco più di un terzo dei consensi degli elettori greci, che quindi, per i due terzi, non lo vogliono: bisognerà che se lo ricordi anche Tsipras.</p>
<p>Il governo di cui sarà a capo è un governo di sinistra-destra, nel senso che , seppure in condizioni estremamente minoritarie (un solo ministro), al governo con i comunisti di Syriza c&#8217;è un fascistoide antisemita e nemmeno ai Rapporti con il Parlamento, ma alla Difesa: forse una scelta di Tsipras  per coprirsi con i colonnelli, che, credo, non siano proprio tranquilli. Vedremo le sorprese dei prossimi mesi, sperando che non ce ne siano.</p>
<p>In Italia, a sinistra, c&#8217;è stato un certo plauso alla vittoria di Tsipras. Non solo hanno gioito i sui supporter storici ( i vari Nichi Vendola e compagni alla Barbara Spinelli), ma anche la cosiddetta sinistra del PD (per capirci, Civati e company). A questi distratti signori della politica italiana vanno ricordate alcune cose e la necessità, per il bene di tutti, di essere un pochettino coerenti, se non nei comportamenti ( se lo fossero sarebbero tutti fuori dal PD, ma lì continuano a stare, pur sputando nel piatto) perché è difficile, almeno nelle parole.</p>
<p>Allora, Tsipras è un uomo di sinistra anche se fa un governo (politico e non tecnico, sia ben chiaro) con una formazione fascistoide e antisemita; il presidente del Consiglio italiano e segretario del PD, invece, non può fare un accordo informale col capo del secondo partito italiano, non per governare, ma per approvare una legge elettorale assolutamente inevitabile. E&#8217; un inciucio.</p>
<p>Bisogna ricordare alla cosiddetta sinistra del PD che Tsipras ha vinto sulle ceneri di un partito, il PASOK, che è un partito fratello del PD, nella famiglia dei Socialisti e Democratici europei.</p>
<p>Gioiamo delle nostre sconfitte: la vocazione minoritaria e perdente della sinistra italiana non muore mai.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Rullano i tamburi nella notte</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Jan 2015 18:25:23 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p>La vittoria di Sizira e del suo leader Tsipras sembra ormai scontata: resta solamente di conoscere la percentuale con cui vincerà, se prossima al 40% o invece inclinata verso il 30. Avrà il suo premio di maggioranza e la responsabilità di tirare fuori la Grecia dalla crisi: dovrà presentarsi a brutto muso a trattare con nemici di Bruxelles, che sono amici di Nuova Democrazia non certo suoi.</p>
<p>Andrà veramente  a dire quello che ha promesso in campagna elettorale o cercherà anche lui di costringere la UE a cambiare verso, proseguendo la lotta di Renzi? Cercherà di trovare l&#8217;equilibrio tra una politica economica espansiva, per  ridare fiato e forza alla &#8211; da sempre- fragile economia ellenica e la lotta alle folli distorsioni garantiste che quell&#8217;economia hanno minato alla radice, oppure sventolerà la spettrale bandiera dell&#8217;uscita dall&#8217;euro, cara icona di tutti i populismi europei?</p>
<p>Farà lo statista o il capopopolo? Terrà conto del 30 e rotti per cento dei voti ottenuti o del 60 e rotti per cento dei suoi concittadini, che nei sondaggi dichiara di non voler rompere con la UE e non volere, soprattutto, uscire dall&#8217;euro?</p>
<p>Non ho nessuna riserva mentale verso Tsipras, anche se ne ho molte verso i suoi grandi elettori italiani, confusi e populisti, minoritari storici alla Civati, quelli sempre contro e mai  per qualcosa, in nome di una purezza ideologica snob e intellettuale. Bisogna seguire da vicino i suoi tentativi , sperando che non sbagli.</p>
<p>Un suo fallimento sarebbe, infatti, ben peggiore delle ricette della Troika: la destra ( da quella al vertice a Bruxelles ad Alba Dorata) sta aspettando che il cadavere (politico) di Tsipras galleggi nel fiume della sua disfatta.</p>
<p>Allora sì che lo spettro di Weimar non sarebbe solo un&#8217;ipotesi.</p>
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