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	<title>Cantami o diva &#187; Teatro</title>
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	<description>BLOG DI ROBERTO PELO</description>
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		<title>Visti e rivisti MORTE DI UN COMMESSO VIAGGIATORE</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Dec 2015 16:13:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nella sua introduzione alla messa in scena da lui diretta e interpretata, Elio De Capitani scrive: &#8220;Pensavo che il tema di Morte di un commesso viaggiatore fosse la menzogna e invece è l&#8217;apparenza, quel &#8216;far finta&#8217; che non è altro che la&#160;&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Nella sua introduzione alla messa in scena da lui diretta e interpretata, Elio De Capitani scrive: &#8220;Pensavo che il tema di <em>Morte di un commesso viaggiatore </em>fosse la menzogna e invece è l&#8217;apparenza, quel &#8216;far finta&#8217; che non è altro che la perenne costruzione di noi stessi per come vogliamo apparire&#8221;.</p>
<p>Certo è che l&#8217;apparenza è un dei temi cardinali del dramma di Arthur Miller, che dominò la scena di Broadway nel 1949, in pieno inizio del <em>boom </em>economico e della guerra fredda, con quel seguito di caccia alle streghe che fu il maccartismo, di cui &#8211; ovviamente e proprio perché non solo di apparenza Miller parlava- il drammaturgo americano fu vittima.</p>
<p>Come sempre Miller costruisce tragedie all&#8217;interno delle quali si intrecciano piani narrativi diversi e riflessioni su temi a &#8216;complicazione esponenziale&#8217;. La storia di Willy Loman, piazzista che batte la provincia e le città da New York a Boston, è la storia semplice e lineare di un piccolo-borghese americano: casa con il mutuo da pagare, benessere fatto a cambiali, una moglie che chiude gli occhi costantemente sulla durezza della realtà, due figli senza arte né parte, che non sono e non saranno mai niente nella vita, un&#8217;amante giovane con cui cerca di sfuggire alla sua squallida vita di venditore . Ossessionato dal successo del fratello morto (che ritorna periodicamente nelle sue allucinazioni, quando sconta con amarezza l&#8217;abisso tra ciò che poteva essere e quello che inesorabilmente è stato ed è), vessato e aiutato da un vicino di successo, deriso e dimenticato dai vecchi clienti, licenziato dal figlio del principale per cui ha lavorato tutta una vita. Un omino piccolo piccolo, che crede di essere l&#8217;incarnazione del successo e della <em>American way of life</em>, mentre non è altro che un pover&#8217;uomo che si dibatte tra rate che scadono, bollette salate e necessità &#8211; per sé e per gli altri- di mantenere il suo decoro, costi quel che costi. Perché prima o poi il successo ( e i conseguenti soldi) arriveranno. Ma ha sessantatre anni e il tramonto è vicino. Per mantenere questo decoro, per non venire meno all&#8217;apparenza, Willy si fa prestare da  Ben i soldi per pagare la sua assicurazione sulla vita. Cosa che fa, poi esce di casa e si va schiantare con la sua auto malandata. L&#8217;assicurazione garantirà una vita onorevole alla vedova e ai figli. Al suo funerale non ci sarà nessuno, se non la famiglia e Ben con suo figlio Bernard ( loro sì vera incarnazione della vita di successo).</p>
<p>Miller demolisce dall&#8217;interno e con largo anticipo il mito della <em>middle class </em>americana, che diventerà, negli anni &#8217;50 dello scorso secolo, il modello culturale e sociale  per tutti i Paesi occidentali. Lavorare per avere, sempre qualcosa di nuovo: un&#8217;automobile che, quando all&#8217;ultima rata sarà tua, sarà pronta per la rottamazione; una casa di cui pagherai il mutuo fin quando sarai vecchio e sarà vuota e inutile, perché i figli se ne saranno andati: un frigorifero ancora da pagare e sempre mezzo vuoto. Per Miller (non solo per lui, ovviamente, ma lui riesce a creare un dramma dal forte pathos parlando politicamente di questi temi) il capitalismo produce bisogni e ti vende merci non per il lor valore d&#8217;uso, ma per il loro valore di scambio: hai tanti oggetti e quindi sei qualcuno (dove <em>avere</em> conta molto di più di <em>essere</em>; anzi, sei in quanto hai, senza mezzi termini). Miller anticipa, con una capacità di visione che solo i grandi hanno, la critica alla società dei consumi e dei falsi bisogni, quella per intenderci in cui siamo beatamente immersi, senza battere ciglio, da almeno cinquant&#8217;anni e che con la globalizzazione e l&#8217;esplosione della rivoluzione digitale ha raggiunto vette inimmaginabili.</p>
<p>È chiaro che la destra americana individuasse in questo testo &#8216;elementi anti americani&#8217;. Anche se lo era solo per la coincidenza storica tra quell&#8217; America e il nuovo capitalismo post bellico.</p>
<p>Testo lungo, complesso, faticoso, che richiede allo spettatore la capacità di buttarsi dentro a peso morto, avendo però la capacità/volontà di discernere (in ogni scena, in ogni battuta, in ogni personaggio) il privato e il sociale, il contingente e l&#8217;universale, il dramma individuale e il destino collettivo di una società mercificata. Uno dei più grandi drammi della storia del teatro.</p>
<p>Ottima l&#8217;interpretazione di De Capitani e accettabile le chiavi di lettura della regia. Non sempre l&#8217;impianto scenico, alcune soluzione espressive  e la recitazione corale sembrano adeguati e all&#8217;altezza, ma il risultato finale è di sicuro valore.</p>
<p>Da vedere, avendo presente l&#8217;intera opera di Miller e , in particolare, <em>Erano tutti miei figli</em>, <em>Uno sguardo dal ponte </em>e <em>The price. </em>Le chiavi di lettura diventano più agevoli.</p>
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		<title>Visti e rivisti THE PRIDE</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Dec 2015 15:39:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Innanzi tutto sgombriamo il campo da possibili malintesi: la scelta di Zingaretti di mettere in scena il dramma di Alexi Kaye Campbell (alias Alexi Konoudouros) &#8211; scelta che lo stesso Zingaretti ha rivendicato come una precisa impostazione di attività sul&#160;&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Innanzi tutto sgombriamo il campo da possibili malintesi: la scelta di Zingaretti di mettere in scena il dramma di Alexi Kaye Campbell (alias Alexi Konoudouros) &#8211; scelta che lo stesso Zingaretti ha rivendicato come una precisa impostazione di attività sul campo- è di capitale importanza, in questa fase storica e , in particolare, in Italia. Dove, al di là delle petizioni di principio, il tema dell&#8217;omosessualità è vissuto sempre con una dose più o meno cospicua di fastidio, se non, spesso, in termini negazionisti e omofobi.</p>
<p><em>The pride </em>è il primo e pluriacclamato pezzo teatrale  scritto da  Campbell, dopo una significativa carriera d&#8217;attore, del 2008 . La <em>piece </em>è stata un enorme successo di pubblico e di critica sia nel Regno Unito, sia negli Stati Uniti e in altri Paesi.</p>
<p>La trama si muove su due piani apparentemente scollegati, di epoche diverse, il 1958 e il 2008 (nella messa in scena di Zingaretti, l&#8217;attualizzazione è al 2015). Due contesti a mezzo secolo di distanza: il primo è un salotto piccolo-borghese, dove un uomo d&#8217;affari per necessità (<em>Philip</em>) e una ex attrice convertitasi a illustratrice per libri per ragazzi (<em>Sylvia</em>), interagiscono con lo scrittore  (<em>Oliver</em>). Tutto è coperto dalle buone maniere e dal falso rispetto reciproco, per poi sgretolarsi nel turbinio dei sensi, perché tra Oliver (omosessuale ma non dichiarato) e Philip (apparentemente etero, ma inconsciamente omo) si insinua il desiderio e l&#8217;attrazione fatale. Ma Philip si ferma sulla soglia: cede ai sensi, ma si rifiuta di accettare la sua omosessualità. Perché siamo nel 1958. Sylvia assite a tutto, senza forza per cambiare o intervenire, in una passiva presa di coscienza individuale.</p>
<p>Diverso l&#8217;ambiente e lo sviluppo nel 2008 (2015): qui il problema è la fine di una relazione consolidata tra Oliver (giornalista) e Philip (fotografo), con Sylvia, loro amica comune, che cercherà di ricostruire il rapporto in crisi tra i due. Con lieto fine.</p>
<p>Stessi nomi dei personaggi, stessi attori che li interpretano.</p>
<p>Sia Campbell che Zingaretti mettono l&#8217;accento, in diverse dichiarazioni pubbliche, sull&#8217;elemento generale dell&#8217;amore, della coscienza di se stessi, della capacità di ognuno &#8211; se vuole- di cercare le vie della felicità. Senza moralismi e a prescindere dalle tematiche omosessuali (presentate a tinte forti, nel linguaggio e in alcune scene).  Questa necessità di puntualizzare è segnale inequivocabile che il testo sia in qualche modo &#8216;eccessivamente&#8217; orientato alle tematiche e alle problematiche omosessuali. Cosa che, è ovvio, non è un problema, ma in qualche modo rende più difficile l&#8217;identificazione delle tematiche generali. I cinquant&#8217;anni che intercorrono tra le due storie, sono, nella nella lettura di Campbell, positivi: dalla tetra storia perbenista e violenta del &#8217;58, si passa ad una quotidianità , sboccata e un po&#8217; isterica, dove però l&#8217;amore e l&#8217;amicizia sono l&#8217;elemento portante. Dove la tolleranza è diventata coscienza, dove il diverso non è più diverso, ma è, più semplicemente e umanamente, una parte del tutto.</p>
<p>Detto tutto questo, trovo il testo di Campbell tutt&#8217;altro che un capolavoro, con citazioni teatrali da Pinter e da Osborne, ma senza la grandezza drammatica del primo e la forza di rottura (seppure ineguale e contraddittoria) del secondo.</p>
<p>Buona la recitazione corale.</p>
<p>Da vedere, almeno per testimonianza.</p>
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		<title>Visti o rivisti IL PREZZO di Arthur Miller</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2015 17:06:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Scritto nel 1968 e tradotto e rappresentato l&#8217;anno successivo in Italia da Raf Vallone (con Mario Scaccia) &#8211; messa in scena che non ho visto e di questo mi dispiaccio moltissimo-, il dramma di Arthur Miller Il prezzo  torna sulle scene italiane&#160;&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Scritto nel 1968 e tradotto e rappresentato l&#8217;anno successivo in Italia da Raf Vallone (con Mario Scaccia) &#8211; messa in scena che non ho visto e di questo mi dispiaccio moltissimo-, il dramma di Arthur Miller <em>Il prezzo </em> torna sulle scene italiane  per la traduzione di Masolino D&#8217;Amico e la regia di Massimo Popolizio.</p>
<p>In un appartamento di un palazzo che sta per essere abbattuto e dove sono accatastati i mobili di famiglia, in vendita dopo la morte del padre, si ritrovano due fratelli, la moglie di uno dei due e un vecchio rigattiere ebreo-russo. <em>Victor </em>(Massimo Popilizio) è un poliziotto senza prospettive e prossimo alla pensione, cedevole, buono, accomodante: ha assistito il padre fino alla morte, anche finanziariamente, e per questo ha rinunciato all&#8217;università e messo a rischio il rapporto con la moglie <em>Esther</em> (Alvia Reale), che non lesina a mostrargli il suo sottile disprezzo; <em>Walter</em><em> </em>(Elia Schilton) è il fratello ricco e avido, medico affermato, cinico, senza cuore né rispetto; non si vedono né si sentono da sedici anni. <em>Solomon </em>( Umberto Orsini)<em> </em>è il rigattiere: compra e vende mobili, ed è un abile quanto sfrontato negoziatore: il prezzo, tra lazzi, battute, riflessioni e invettive, alla fine, lo decide lui. Nell&#8217;incontro/scontro tra i personaggi si materializzano i temi: l&#8217;amore (filiale, fraterno, coniugale), la caducità della vita (scandita dai colpi di maglio che sta sgretolando altri edifici nel quartiere, dai mobili accatastati, dall&#8217;appartamento vuoto e spoglio), gli interessi materiali (i soldi, le proprietà, la carriera). In un processo ininterrotto di  scavarsi dentro senza risparmio e  spiattellarsi in faccia dure e dolorose verità.</p>
<p>Ma è chiaro che Miller usa la storia per parlarci (a volte direttamente, a volte per metafore) di ben altro: sullo sfondo ci sono la Grande Crisi, la disoccupazione, la miseria, il difficile cammino di ripresa. Ma anche la Grande Crisi è un pretesto: Miller va ancora oltre. Il dramma vero è il capitalismo, in particolare quello americano, che tutto mercifica e che per tutto ha un prezzo. Anche i sentimenti, i valori, le idee hanno un prezzo. Come in <em>Uno sguardo dal ponte</em> quello che va in scena non è un dramma di un amore impossibile e proibito, ma la miseria umana dell&#8217;immigrazione e della quasi impossibile integrazione e <em>In morte di un commesso viaggiatore</em>  dietro il rapporto padre-figli si celebra il funerale del mito americano della vita di successo, cui tutto va sacrificato, così ne <em>Il prezzo</em>  un dramma familiare diventa la rappresentazione della crisi ciclica e inevitabile del capitalismo: il <em> </em>rapporto tra fratelli è rapporto di classe, mentre un padre-Moloch tutto ha divorato ( e ancora divora, anche da morto): affetti, denaro, ricordi, vite. Con i mobili sono in vendita i destini di tutti i protagonisti del dramma, che trascorrono le loro esistenze nell&#8217;incubo immanente del crollo (il rombo del maglio ce lo ricorda con periodicità ciclica).</p>
<p>Popolizio in parte estremizza alcuni spunti comici che Miller ha diffuso nel testo, soprattutto nelle battute e nei comportamenti di Solomon, che Umberto Orsini esalta con mirabile capacità interpretativa. Il (quasi) buffonesco proporsi di Solomon nasconde due verità: da una parte serve al personaggio a mascherare il suo sostanziale spirito rapace: tutto si valuta, tutto si tratta, tutto si compra; dall&#8217;altra, a distrarre lo spettatore dalla cupezza del dramma familiare, per farlo concentrare sul vero dramma , quello della società in cui viviamo e da cui non riusciamo da due secoli a uscire in modo definitivo.</p>
<p>Belle ed appropriate le scene essenziali, significative e non disadorne. Ottima la recitazione corale. Un piacere andare a teatro.</p>
<p>Da non perdere.</p>
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		<title>Visti o rivisti   SONO PASOLINI</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Nov 2015 10:47:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Tra i tanti omaggi a Pier Paolo Pasolini, a quarant&#8217;anni dalla tragica morte, un posto di prima fila per qualità e originalità di angolo di lettura spetta alla testimonianza Sono Pasolini di e con Giovanna Marini. Un pezzo teatrale scarno e&#160;&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Tra i tanti omaggi a Pier Paolo Pasolini, a quarant&#8217;anni dalla tragica morte, un posto di prima fila per qualità e originalità di angolo di lettura spetta alla testimonianza <em>Sono Pasolini </em>di e con Giovanna Marini. Un pezzo teatrale scarno e essenziale, che rifugge da una lettura a tutto campo della vita del controverso intellettuale e si concentra invece su alcuni aspetti, che sono per me la parte migliore di Pasolini: le sue poesie in friulano e gli anni dal 1942 ai primi &#8217;50 (con poche e sporadiche digressioni temporali/tematiche).</p>
<p>Giovanna Marini ripercorre gli anni di formazione umana, politica e intellettuale in quegli anni passati da Pasolini  in Friuli e prevalentemente a Casarza, mentre la parte recitante legge pagine da &#8216;I giovani infelici&#8217; (del 1975 e apparso postumo) e il coro (Coro Favorito della Scuola popolare di Musica di Testaccio) canta e sceneggia alcune poesie in friulano, messe in musica  dalla Marini.</p>
<p>In questi contrappunti tra le poesie d&#8217;amore in senso generale ( amore umano, per la vita, per il mondo), le amare considerazione sul rapporto padri/figli, sulle colpe e le responsabilità reciproche, sul precipitare nella società dei consumi che disgrega valori e rapporti, e lo svolgersi complesso e aneddotico della vita del poeta prende forma questa testimonianza.</p>
<p>Teatro povero, fortemente didascalico, a volte didattico. Senza scene e basato, quindi, solo sull&#8217;interazione di un narratore, un recitante e il coro.</p>
<p>Il nero è il colore totalizzante, presagio di lutto e di sventura.</p>
<p>Belle le musiche, sublimi le poesie, ottimo il coro che sa interpretare al meglio il messaggio poetico e musicale. Resta da valutare ciò che Pasolini ha detto, scritto e fatto. Lì i miei dubbi e le mie critiche sarebbero probabilmente maggiori degli apprezzamenti.</p>
<p>Ma questo è un altro discorso.</p>
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		<title>Visti o rivisti Carmen</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Mar 2015 12:56:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Da Cordova a Napoli; dalle corride ai cantanti neomelodici; da gitana a sottoproletaria, un po&#8217; amante e un po&#8217; puttana, come si autodefinisce in apertura: la Carmen (Iaia Forte) di Moscato e Martone non è una zingara leggera e volubile, ma&#160;&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Da Cordova a Napoli; dalle corride ai cantanti neomelodici; da gitana a sottoproletaria, un po&#8217; amante e un po&#8217; puttana, come si autodefinisce in apertura: la <em>Carmen </em>(Iaia Forte) di Moscato e Martone non è una zingara leggera e volubile, ma una donna a tutto tondo che si vuole sentire libera e padrona del suo corpo e del suo destino. Ricorda , per la  sfrontatezza e la franchezza, la Jenny delle Spelonche dell&#8217;<em>Opera da tre soldi </em>di Brecht ( e l&#8217;opera di Brecht e Kurt Weil ritorna in molti passaggi e nell&#8217;impianto narrativo di questa Carmen, e &#8211; dal mio punto di vista- questo è un pregio e non di poco conto). E così Martone, con l&#8217;aiuto di Mario Tronco e l&#8217;Orchestra di Piazza Vittorio (magistrali sia gli arrangiamenti che l&#8217;esecuzione), trasforma l&#8217;opera di Bizet in un musical <em>noir</em>, dove lo sfacelo ambientale, tra camorra e miseria (umana e materiale), fa da sfondo alla tragica storia d&#8217;amore tra il questurino Cosè e Carmen stessa.</p>
<p>La scena, anche nei momenti di maggiore staticità, è sempre in costante movimento e sul palco si fondono, in un continuo cambiamento di ruoli, attori, musicisti (che salgono e scendono dal palco, quando la loro presenza è richiesta all&#8217;interno del flusso narrativo), addetti di scena che montano e smontano scenografie (belle funzionali e intelligenti, di Sergio Tramonti), suonano, ballano, cantano e, ovviamente, recitano.</p>
<p>Lo spettatore è chiamato a una continua reimpostazione della prospettiva di lettura, perché costretto a ri-identificare personaggi e interpreti con uno sforzo, piacevole, di ricostruzione del testo.</p>
<p>L&#8217;immanenza della tragicità della storia porta inevitabilmente all&#8217;epilogo finale, in cui il falso mito della passione senza limiti si traduce nello sport maschilista di sempre: l&#8217;eliminazione della donna &#8216;amata&#8217;. Ma la soluzione di Moscato e Martone è diversa: Carmen non muore, ma viene sfregiata e accecata. Così, cieca e disperata, apre e chiude il dramma.</p>
<p>Moscato e Martone dimostrano che si può fare teatro, anche usando testi e storie più che datati, proponendo soluzioni nuove, sentieri di lettura innovativi, messe in scena ricche di intuizioni creative, senza scadere nell&#8217;avanguardismo formale e fine a se stesso.</p>
<p>Da non perdere, se possibile.</p>
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		<title>Visti o rivisti Slava&#8217;s Snow Show</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Feb 2015 17:38:22 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Teatro]]></category>

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		<description><![CDATA[Se il tema dominante dello Snow Show di Slava Polunin è la leggerezza malinconica propria dei grandi mimi e dei grandi clown, in una sequenza di quadri in cui domina la levità dei gesti e la monotona ripetitività dei movimenti&#160;&#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Se il tema dominante dello <em>Snow Sho</em>w di <em>Slava Poluni</em>n è la leggerezza malinconica propria dei grandi mimi e dei grandi clown, in una sequenza di quadri in cui domina la levità dei gesti e la monotona ripetitività dei movimenti ( sempre scontati ma sempre divertenti), la grandezza è in alcuni passaggi forti, dai ritmi più serrati e per questo atipici nella ovattata tranquillità della neve, che di questo (che per comodità chiamiamo) spettacolo è l&#8217;anima candida. Nel  dialogo che attori e pubblico intrattengono per quasi due ore ciò che si celebra è il gioco, lo stare insieme per il divertimento, lo svago, il dolce non pensare a nessuna sovrastruttura.</p>
<p>La strumentazione è semplice fino alla (apparente) banalità: acqua sul pubblico, in un finto acquazzone; clown dall&#8217;aspetto topesco e dalle lunghe scarpe nere che camminano sulla testa e sulle spalle degli spettatori; neve a catinelle (coriandoli di carta bianca) a volontà, spazzata col lunghe scope, gettata in quantità industriale a secchiate su tutto e su tutti. C&#8217;è tutto l&#8217;armamentario dei clown, associato però ad una mimica sopraffina, anche se con  i nasi finti e rossi.</p>
<p>Eppure&#8230;Eppure una serie di scintille che si sprigionano all&#8217;improvviso cambiano la scena in modo radicale: la lunga immensa ragnatela che scende dal palco e coinvolge come una gigantesca coperta tutta la platea modifica l&#8217;angolo prospettico del gioco. Siamo tutti sul palcoscenico, siamo tutti attori:  ma attenzione,  non per recitare, bensì per giocare e divertirci.</p>
<p>Lo sdoppiamento dello spettatore è totale: a volte guarda e fruisce una scena recitata senza dialoghi e con la musica come sostegno ai movimenti e alla comunicazione; una volta è coinvolto, per uno scherzo, individualmente o in modo collettivo; una volta ride degli attori, un&#8217;altra ride di se stesso.</p>
<p>Il crescendo finale ha un che di epico: la tempesta di neve, sulle note imperiose e minacciose dei <em>Carmina Burana </em>di <em>Carl Orff, </em>ci trascina a Novosil il piccolo villaggio natale di Polunin, nella regione di Oryol, nella Russia centrale. Le luci accecanti che provengono dal palcoscenico, il vento forte e turbinoso che ci sbatte in faccia la (finta) neve e la (finta) nebbia, creano una drammatizzazione inaspettata: per ricordarci che la neve ( la vita?) non è solamente un lento monotono fioccare senza rumore, ma è anche qualcosa di turbinoso e violento .</p>
<p>Tutto si placa, alla fine,  e  decine di palloni pieni d&#8217;aria, grandi come un mappamondo o giganteschi come una mongolfiera invadono il teatro e tutti si scatenano nel gioco, che non avrebbe mai fine.</p>
<p>Le calde risate dei bambini in sala sono il segnale più bello e, certamente,  il riconoscimento più grande per lo spettacolo. Applausi a non finire.</p>
<p>Da non perdere, senza dubbio.</p>
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		<title>Rigoletto</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Feb 2015 13:54:28 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Se il <em>Rigoletto </em>fosse solamente <em>Questa o quella&#8230;, Bella figlia dell&#8217;amore </em>e <em>La donna è mobile</em> sarebbe un capolavoro, comunque. Ma in più c&#8217;è una storia intensa e ricca di colpi di scena (<em>Le Roi s&#8217;amuse)</em>, scritta da Victor Hugo, il quale &#8211; come sempre- non si limita all&#8217;intreccio ma sferza con sagace lucidità una concezione della vita e della società personificata dalla Corte reale, con le sue dissolutezze, le sue nefandezze e i bassi profili umani.</p>
<p>Tanto chiara e diretta  la denuncia di Hugo, che il suo dramma fu all&#8217;indice per cinquant&#8217;anni.</p>
<p>Neanche l&#8217;opera verdiana, ridotta in libretto con cura e capacità drammatica da Francesco Maria Piave, si salvò dalla occhiuta censura austriaca: ma alla fine, fatti i dovuti cambiamenti, andò in scena nel 1851. Come è noto, il <em>Rigoletto, </em>assieme al <em>Trovatore </em>e alla <em>Traviata</em>, rappresenta la cosiddetta trilogia popolare, dove la storia  e l&#8217;intreccio sono premianti sui contenuti per così dire ideologici. Ma il testo ha una sua forza in sé che spinge alla drammatizzazione: <i>Rigoletto </i>è un riflessione a tinte fosche sulle differenze sociali, la dissolutezza, la disabilità, il tramonto inesorabile di epoche storiche: perché ciò che è umano è storico e in quanto tale destinato a declinare , a svanire.</p>
<p>La regia di Muscato coglie l&#8217;elemento cardine dell&#8217;opera, la dissoluzione e la decadenza: trasporta la storia dal XVI secolo a un qualcosa che va dalla bella epoque al mondo di Scott Fitzgerald. Un mondo fragile,  le cui <em>magnifiche sorti e progressive</em> vivono in un empireo dorato, minato alla base dai suoi stessi ideali. Un mondo maschile e maschilista. Fosse oggi, sarebbe la stessa cosa.</p>
<p>In questo contesto il personaggio di Rigoletto non è più il giullare di corte, ma un servitore, un inserviente, un lacchè. Che, per compiacere il padrone, sbeffeggia un uomo offeso  nella dignità personale e dei suoi cari. Su Rigoletto ricade la maledizione di quest&#8217;uomo: e la maledizione è la trave portante di tutta l&#8217;opera. Rigoletto pagherà a caro prezzo il suo, inutile, servilismo.</p>
<p>Dice Leo Muscato nei suoi appunti di regia: &#8216; E&#8217; un dramma a tinte fosche, dal gusto espressionista. Tutto è netto, chiaro violento nella sua ineluttabilità. Il travestimento è ciò che lega i personaggi: tutti fingono di essere ciò che non sono, e la bella faccia del Ducato di Mantova è solo la maschera di un mondo in disfacimento&#8217;.</p>
<p>La regia è brechtiana, non so se per scelta o per risultato: la scena iniziale con tanto di luminaria col nome del palazzo del duca introduce il concetto di &#8216;baraccone&#8217; (tutta la storia è un baraccone) e estrania completamente lo spettatore (le didascalie proiettate fanno il resto). Ottimi e puntuali tutti gli interpreti. Discreta e docile  l&#8217;orchestra, mai invasiva: solo nei crescendo drammatici forte e sostenuta. Sempre al servizio e mai predominante.</p>
<p>Se possibile, da non perdere.</p>
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		<title>Le voci di dentro</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jan 2015 14:40:21 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Le voci di dentro è forse il pezzo teatrale più pirandelliano di Eduardo De Filippo. Tutto si svolge e si sviluppa sulla base di un equivoco, di un sogno:  Alberto Saporito (Toni Servillo) sogna che i vicini &#8211; una famiglia  piena di miserie umane portate con piccolo-borghese dignità- abbia commesso un delitto efferato, uccidendo una persona (un amico) e facendo sparire le prove. Nella mente del protagonista sogno e realtà si confondono e, quindi, denuncia i presunti assassini alla polizia, che li arresta. Ma poi si rende conto dell&#8217;errore e ritratta. Mettendo in moto altre conseguenze (la polizia che indaga comunque, le delazioni di ogni singolo membro della famiglia Cimmaruta, le viscide attività del fratello).</p>
<p>Nel testo di Eduardo si incrociano e si intrecciano molti temi pirandelliani: sogno e realtà, la (falsa) dignità piccolo borghese, il tradimento dei valori comuni, l&#8217;incomunicabilità. Tutti, però, portati ad un livello superiore di analisi e di valutazione: Pirandello è dentro le contraddizioni e, in sostanza, sostiene che questa è la vita e questo è il mondo, e nulla possiamo fare; De Filippo, al contrario, si estranea dal contesto, vede le brutture e le miserie dell&#8217;uomo e della società e le combatte, anche se con un fondo di  ironia, che nasconde  la paura &#8211; mai detta, ma presente- di essere un donchisciotte qualunque contro l&#8217;ineluttabilità  del destino dell&#8217;uomo.</p>
<p>Alberto Saporito è un uomo solo, che non riesce più a comunicare con nessuno: con i vicini, col fratello, perfino con Zi&#8217; Nicola, un eremita moderno, che vive in una palafitta dentro casa e parla solamente utilizzando mortaretti e fuochi d&#8217;artificio ( i Saporito sono organizzatori di feste popolari).</p>
<p>Scritto in una settimana, per doveri contrattuali,  in una stanza d&#8217;albergo a Milano, Le voci di dentro evidenziava la lucida disillusione per il clima socio-politico negativo che a fine &#8217;48 si affermava in Italia: gli ideali della Liberazione, del cambiamento, della Repubblica si andavano a mano a mano dissolvendo e l&#8217;Italia si ripresentava sulla scena con la solita e ben nota meschinità.</p>
<p>Toni Servillo ha preso il testo di Eduardo e senza forzature  di reinterpretazioni avanguardistiche lo ha riproposto, con una scenografia essenziale, imperniata sulla luce abbagliante e sulle trasparenze, nel gioco del vero o del presunto. Perché l&#8217;elemento di avanguardia di Le voci di dentro è il testo: scritto sì nel 1948, ma eterno nelle sue drammatizzazioni dei sentimenti umani, e assolutamente attuale in questo 2015 di incertezze e paludi.</p>
<p>Un cast corale, con Toni Servillo maestro delle sfumature e , soprattutto, delle pause; Peppe Servillo con una mimica quasi da marionetta e una brava Chiara Baffi, che dà forza e corposità al personaggio della cameriera.</p>
<p>Unico neo, ma questo può essere un problema del Teatro Argentina, l&#8217;udibilità e la decifrabilità di alcuni dialoghi, in vernacolo stretto e troppo sussurrati.</p>
<p>Da non perdere.</p>
<p>&nbsp;</p>
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