Fortunatamente c’è stato qualcuno che ci ha ricordato, in questi giorni di grigio conformismo sulla libertà di parola e sul diritto di satira, che Charlie Hebdo non è stato sempre Charlie Hebdo. Tra i tanti (seppur pochi nel monotono coro generale) mi ha fatto piacere , per la pacatezza e il garbo, la nota dell’11 gennaio di Andrea Coccia su Linkiesta (Quella volta che Charlie non fu Charlie). Che mi spinge a fare un ulteriore approfondimento, anche se breve, sulla tolleranza.

Il fatto è noto: nel 2008 l’allora direttore di Charlie Hebdo licenziò un giornalista, reo di aver scritto un articolo sul figlio di Sarkozy dal taglio e dal tono antisemita. Il pensiero che stava sotto questo atto (licenziamento) era: si può ridere di tutto, ma a tutto c’è un limite.

E il limite è dato dall’insieme di regole e valori che ci diamo, da epoca storica a epoca storica, faticosamente e in modo spesso contraddittorio, per far sì che la guerra sia l’eccezione e non la regola.

Io non faccio mia la posizione di Voltaire sulla tolleranza :  non solo non darei la mia vita per chi esprime idee antisemite, per chi nega l’olocausto, per chi esprime opinioni razziste, omofobe o sessiste; ma mi batterei (come mi sono battuto fino ad oggi) affinché chi si fa portatore di simili idee sia messo in condizione di non nuocere. Certo, non invocherei la pena di morte, né organizzerei raid per massacrare la gente: sono cose che appartengono alla cultura dell’odio e non della civile convivenza.

Trovo sconcertante e preoccupante che siano in pochi a ricordare, oggi, che non ci possono essere due pesi e due misure: se vale l’antisemitismo vale anche l’antiislamismo ( o l’anticristianesimo). E non per una difesa d’ufficio dell’Islam, perché personalmente trovo criticabili – e le critico- molte cose dell’Islam, primo fra tutti il volersi fare regola di vita quotidiana. Come trovo vergognoso e provocatorio l’atteggiamento di Israele verso la Palestina e i Territori occupati: e lo ripeto senza paura di essere tacciato di antisemitismo, perché la mia critica al nazismo è radicale, da sempre.

Voltaire scriveva e viveva in pieno oscurantismo e nel fulgore dell’assolutismo:  la sua era una presa di posizione quasi di autodifesa.

La tolleranza oggi va ripensata e ricollocata nella realtà del XXI secolo: altrimenti il rischio è che tutto sia relativo e, perciò, in qualche misura giusto.